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Diritto di critica | June 18, 2019

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La resa dei conti tra Bossi e Maroni. Dalla Lega accusano: "strana la tempistica del blitz" - Diritto di critica

La resa dei conti tra Bossi e Maroni. Dalla Lega accusano: “strana la tempistica del blitz”

Nel partito di Umberto Bossi è guerra per la leadership. Dopo il blitz nella sede del Carroccio e le perquisizioni nelle residenze del tesoriere leghista Francesco Belsito e di altre persone a vario titolo chiamate in causa dai magistrati, la battaglia finale riguarda la poltrona più alta nel partito, quella del Senatur. E se Belsito – che nel frattempo si è dimesso – potrebbe tramutarsi in vittima sacrificale, il guiderdone è ben più importante. “Cercare di colpire il capo della Lega nel giorno della presentazione delle liste crea qualche perplessità”, fanno notare persone vicine al Senatùr.

A contendersi la leadership ci sono da una parte i maroniani – da sempre legalitari e poco inclini al compromesso e che adesso, per bocca del suo leader, invocano “pulizia” – dall’altra politici e vecchi personaggi a vario titolo legati al “cerchio magico” di Bossi.

Dalla sua, Roberto Maroni può gestire un vantaggio su almeno tre versanti. In primis ha fama di politico puntiglioso e, nonostante le polemiche per una gestione “leghista” di alcune emergenze (vedi l’immigrazione), è stato uno dei ministri più in vista dello scorso esecutivo, acclamato in diverse occasioni come possibile candidato premier per il centrodestra. In secondo luogo all’interno del partito Maroni gode del consenso di quella base leghista delusa dall’alleanza di Bossi con Berlusconi e dai troppi compromessi che il Carroccio ha dovuto accettare in cambio di un federalismo mai realizzato. In ultimo, il vantaggio dell’ex ministro degli Interni sul leader leghista deriva dalla sua correttezza nei confronti dei vertici: in tutti questi mesi si è sempre rimesso nelle mani del fondatore senza mai portare fino in fondo gli “strappi” e le divergenze che pure non sono mancati. E anche in quest’ultima occasione, l’ex Ministro non le ha mandate a dire, citando senza dirlo il nome di Umberto Bossi e di chi “doveva decidere” di cacciare subito l’ex tesoriere.

Sul versante opposto, il “Cerchio magico” di Umberto Bossi, indebolito da una linea politica ormai avvertita dall’elettorato leghista come troppo vicina – per scelte e comportamenti – alla tanto vituperata Romaladrona. E oltre alle leggi votate di concerto con l’ex Esecutivo Berlusconi, i militanti con il fazzoletto verde hanno dovuto mandar giù bocconi amari come i “salvataggi” in aula di parlamentari per cui la magistratura aveva chiesto l’arresto.

A fare da contorno alla percezione che l’elettorato del Carroccio ha avuto in questi anni del Cerchio Magico, episodi come l’elezione del Trota al Consiglio regionale lombardo (da molti avvertita come imposta “dall’alto”) e la recente condanna del secondo figlio di Bossi – Roberto – per i gavettoni alla candeggina lanciati contro un militante di Rifondazione.

E mentre già si fanno paragoni tra Lusi e Belsito, l’unico dato evidente è la necessità di far cambiare passo al partito del Senatur. A partire dalla sua dirigenza.