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Diritto di critica | January 19, 2019

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Dimissioni e ricandidatura, il presidente serbo Tadic coltiva ancora sogno europeo - Diritto di critica

Dimissioni e ricandidatura, il presidente serbo Tadic coltiva ancora sogno europeo

Il presidente serbo Boris Tadic, si è dimesso ieri, dieci mesi prima della scadenza del suo mandato. Alle elezioni presidenziali del 6 maggio prossimo, che si terranno in contemporanea a quelle parlamentari, Tadic sarà nuovamente il candidato forte. La tv di Stato RTS ha annunciato le prime parole dell’ex presidente: “Ho deciso di accorciare il mio mandato per consentire lo svolgimento delle elezioni presidenziali. Sarò candidato”. Tadic presenterà formalmente le dimissioni allo speaker del Parlamento oggi e, secondo gli analisti, la scelta di un passo indietro anticipato risponde a una precisa strategia elettorale: massimizzare la popolarità di cui gode l’ex presidente per dare la volata al suo Partito Democratico nel voto parlamentare e locale.

Tadic ha sottolineato di aver preso tale decisione considerando che le importanti riforme politiche ed economiche, delle quali ha bisogno il paese, difficilmente si potrebbero attuare con più appuntamenti elettorali, e con la Serbia in continua campagna elettorale.

Al centro della campagna elettorale, per quello che sarebbe il terzo mandato presidenziale consecutivo, ci saranno le riforme economiche: “Non vi è istituzione in Serbia che possa esimersi dal prendere parte al processo d’innovazione, aumentando la competitività della nostra produzione sui mercati esteri e con l’incremento del numero di posti di lavoro”.

I Sondaggi danno il Partito Democratico (Ds) di Tadic in leggero svantaggio rispetto al Partito del progresso serbo (Sns), guidato dal leader dell’opposizione conservatrice Tomislav Nikolic.

Tadic, solo cinque giorni fa, aveva risposto alle insinuazioni del ministro del Welfare Elsa Fornero, dicendo di “non voler la delocalizzazione delle imprese italiane, che intendono avvalersi delle opportunità commerciali verso l’Est Europa.

Tadic ostenta sicurezza, forte del prestigio personale e della leadership indiscussa creata dal 2004. La carta vincente è stata quella dell’integrazione continentale, con un referente privilegiato come l’Unione Europea.

L’arresto di Mladic nel 2011, uno dei criminali di guerra più ricercati al mondo (accusato del genocidio di 8mila musulmani a Srebrenica nel 1995), ha fatto registrare una netta inversione di tendenza col passato. La Serbia, lontana dal nazionalismo più bieco, si è incamminata sulla strada dell’integrazione europea.

Tadic è scivolato sulla questione ‘indipendenza del Kosovo’, mai riconosciuto come stato a sé stante, ma ciò non ha impedito che l’Unione Europea concedesse lo scorso 1 marzo lo status di ‘paese candidato all’adesione’.

Negli ultimi 15 anni, la Serbia ha tagliato il cordone ombelicale che la legava al passato: Milosevic e Karadzic consegnati al Corte internazionale di giustizia dell’Aia, lo stesso Tadic che nel 2005 e nel 2010 (per il 10 e il 15° anniversario del ‘massacro di Srebrenica’) ha reso omaggio alle vittime, bosniaci di religione musulmana (suscitando, però, lo sdegno di alcune associazioni tra cui le “Madri di Srebrenica” e le critiche dei nazionalisti).