Il 25 aprile e quella memoria storica che rischia di sbiadire
Scritto da Erica Balduzzi il 25 aprile 2012 in Editoriale
25 aprile 1945, 25 aprile 2012. Sono passati sessantasette anni da quando l’Italia si è liberata del nazifascismo, da quando dalle ceneri di un Paese messo in ginocchio dalla guerra è nato lo Stato democratico che siamo adesso. Eppure, dopo sessantasette anni, sembra che quello stesso Paese che dai suoi errori aveva tratto la forza per rinascere stia lentamente sparendo, inghiottito da tensioni, rancori, dualismi antichi declinati in chiave moderna e vecchie ideologie riproposte sempre più spesso come unica soluzione ad una situazione socioeconomica particolarmente difficile. Sembra che il passato abbia smesso di insegnare, condannato ad un lento oblio storico nel quale parole come Resistenza e libertà rischiano di perdere ogni giorno che passa la loro valenza, per lasciare invece spazio alle richieste di un potere forte, stagno, autoritario. Un potere che sempre più spesso si identifica nell’ideologia di stampo fascista.
Basta fare un rapido giro sui principali social network per rendersi conto di come lo sdoganamento sia già iniziato da un pezzo, in un riproporsi di simboli e slogan di estrema destra, inneggianti al Duce e al ventennio fascista. E spesso (ma non sempre) chi scrive frasi o immagini di questo tipo è molto giovane, ragazzini e ragazzine che postano deliranti “quando c’era il fascismo si stava molto meglio di adesso!”, “ecco una merda partigiana, per fortuna è morto, olèèè!”, “bisognerebbe fare ancora una marcia su Roma” o “che Dio ti faccia risorgere, onore a te grande Duce!”, che si salutano l’un l’altro con “camerata!”, “Dux mea lux” e affini.
Solo ragazzate, frutto di una formazione carente? Forse. Ma si sta parlando di pagine Facebook che contano decine di migliaia di iscritti e di migliaia di like e condivisioni, e non solo tra i più giovani. E soprattutto, si sta parlando di atteggiamenti che violano apertamente il codice penale, secondo cui commette reato chiunque «faccia propaganda per la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista», oppure chiunque «pubblicamente esalti esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche».
Eppure le suddette pagine continuano a proliferare, in nome della libertà di pensiero e di espressione: la stessa che era stata negata proprio durante il regime fascista, esaltato invece per la sua potenza economica, la disciplina, la sicurezza lavorativa degli italiani e l’onore della patria. Cioè tutto ciò che pare mancare al giorno d’oggi e che, paradossalmente, pare voler identificare il “resistere” attuale non negli ideali di chi, sessantasette anni fa, ha dato la vita e la giovinezza per il proprio Paese, ma nell’autoritarismo che tanto è costato eliminare.
«Fra poco sarà il 25 aprile – aveva scritto nel 2007 Enzo Biagi, che aveva a sua volta combattuto nelle fila partigiane -. Una data che è parte essenziale della nostra storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa resistenza non è mai finita. C’è sempre da resistere a qualcosa, a certi poteri, a certe promesse, a certi servilismi. Il revisionismo a volte mi offende; in quei giorni ci sono state anche pagine poco onorevoli; e molti di noi, delle Brigate partigiane, erano raccogliticci. Ma nella Resistenza c’è il riconoscimento di una grande dignità».
Speriamo che la tradizionale memoria storica a breve termine degli italiani non rischi – complici la crisi e la paura di ciò che ci attende – di offuscare il ricordo di questa dignità: forse è questo l’augurio più significativo da rivolgerci in questo 25 aprile.
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