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Diritto di critica | November 21, 2019

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Piccoli media crescono (se non li ammazzano prima) - Diritto di critica

Piccoli media crescono (se non li ammazzano prima)

I giornali licenziano, barattano qualità per quantità, spesso non pagano i pezzi. Se il giornalismo di qualità ha ancora un futuro, è su una strada nuova, tutta da inventare. Ne hanno discusso al IJF di Perugia 5 giornalisti, raccontando storie  personali e tentativi in salita. Nessuna ricetta salvifica, solo una scommessa: diventare editori di noi stessi. Come DirittoDiCritica. 

I problemi sono mille. Li riassume in poche frasi Carola Frediani, cofondatrice dell’agenzia di servizi editoriali Effecinque.org, I giornali non comprano pezzi di qualità da quasi trent’anni: la Rai tiene a contratto di collaborazione anche i conduttori televisivi e radiofonici. I service di servizi giornalistici vivono con l’acqua alla gola tra una commessa e l’altra, cercando di barcamenarsi in un panorama decisamente ostile.

C’è chi ha iniziato da poco, chi da tanto. Nel 1992 un gruppo di giornalisti degli esteri, in pieno esodo dai grandi giornali, aprì la cooperativa Lettera22. Veterani come Emanuele Giordana, che aggiungevano alla frequenza dei viaggi “sul posto” una conoscenza profonda del teatro degli eventi (all’inizio soprattutto Medio Oriente, Afghanistan, Africa). All’altro estremo, i giovani, proprio come Diritto di Critica: giornalisti appena usciti al mestiere, che tentano i primi passi come editori di sè stessi. La soluzione cooperativa è la stessa, e anche “l’unica scelta”, come ricorda Mauro Sarti – docente universitario di Bologna, giornalista, fondatore del service editoriale Agenda. “I lavori di editing e ufficio stampa sono di meno, specie tra gli enti locali. Tanti offrono gli stessi prodotti a prezzi più alti. E’ una condizione diffusa: abbiamo noi stessi dovuto licenziare, perché non c’è abbastanza lavoro. Mettersi insieme e dividere il lavoro è indispensabile”.

Ma anche chi fa squadra e parte da zero trova ostacoli enormi. Lo racconta Emilio Fabio Torsello, nostro direttore: “la burocrazia è un collare a strozzo”, ricorda amaramente, “ogni bollo e timbro diventa motivo per frenare chi prova a farcela”. L’analisi è spietata. “Ti fanno quasi passare la voglia di diventare imprenditore di te stesso”. Ma non solo: “si parla tanto di articolo 18, anche tra i giornalisti dipendenti dei grandi giornali. Noi non ne usufruiremo mai, è un tema che non ci tocca, perché stiamo messi anche peggio”. Più che cercare di sfondare, si cerca di sopravvivere diventando editori. Sembra disfattismo, non lo è: tutti i relatori fanno i conti con la disattenzione (nel migliore dei casi) statale nei confronti del nuovo. Ma è anche un problema di regolatori, ad esempio per la pubblicità: in Italia si lascia fare al mercato, “lasciando morire realtà che meriterebbero di vivere”, come ricorda Giordana. Sono infatti quelle “editrici di idee” che ancora ci tengono alla qualità.

Qualità, il problema è sempre lì. Per Simone Pieranni la qualità mancava del tutto negli articoli “italioti” sulla Cina, zeppi di luoghi comuni e di inesattezze. Ha fondato a Hong Kong un’agenzia di stampa – China Files – focalizzata proprio all’Impero di Mezzo, cercando di raccontare quello che non passa nelle smilze pagine di esteri dei nostri giornali. E ha scoperto che è più facile vendere pezzi seri al mercato sudamericano che non in Italia. “In America Latina i giornali offrono grande spazio agli esteri, e pagano – puntuali! – in modo chiaro: x righe, x prezzo. Magari non molto più che da noi, ma i volumi sono un’altra cosa“. Resta comunque il problema dell’autofinanziamento. “Continuiamo a basarci sull’ufficio stampa e sui servizi alle aziende. Per ora, è una fonte indispensabile per fare giornalismo“.