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Diritto di critica | July 14, 2020

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Primo Maggio, una festa non per tutti - Diritto di critica

Primo Maggio, una festa non per tutti

Un Primo Maggio piovoso così non lo si ricordava da anni. Anche i colori del Concertone appaiono sbiaditi, ingrigiti, spenti. Una festa dei lavoratori che non è più una festa. O per lo meno è festa per chi un lavoro ancora ce l’ha e se lo tiene stretto. Per gli altri, i precari e i disoccupati, non può che essere il giorno dell’indignazione.

Lavoratori di serie A e quelli di serie B. C’eravamo illusi che anni di lotte operaie avrebbero spazzato via soprusi ed ingiustizie. Oggi, invece, ci ritroviamo con lavoratori di serie A e quelli di serie B, a cui si aggiungono i disoccupati, che – secondo gli ultimissimi sondaggi – sfiorano la soglia del 10%. Un esercito composto da operai e artigiani, ma anche – e soprattutto – da giovani. Non solo figli della classe che una volta veniva definita “proletaria”, ma anche figli di impiegati e piccoli imprenditori. Insomma, il ceto medio. E l’istruzione non fa quasi per nulla la differenza. Una laurea non rappresenta di fatto una chance in più per trovare lavoro. Anzi, oggi i laureati con master rischiano di essere definiti “sovra-qualificati”.

Sindacati contro le liberalizzazioni, ma la gente ha bisogno di lavorare. Insomma, un Primo Maggio senza lavoro, un Primo Maggio anomalo in cui molti negozi, soprattutto al centro di Roma e a Milano sono rimasti aperti per via del decreto liberalizzazioni. Molte le associazioni di categoria contrarie. Contrari i sindacati, contrari alcuni sindaci (come De Magistris a Napoli). Eppure in molti hanno disubbidito, rompendo una tradizione storica. “Devo pagare il mutuo”, si è giustificato qualche commerciante che ha deciso ieri mattina di alzare le saracinesche del proprio negozio. E non hanno battuto ciglio i commessi. In fondo un po’ più di soldi in questo periodo aiutano. E nelle città d’arte, piene di turisti anche stranieri, lasciare aperti i negozi conviene a tutti.

E gli iper-garantiti scioperano. Ma in questo lungo “ponte” ha scelto di non lavorare, nonostante il servizio pubblico che svolge, utilizzando lo strumento più nobile di protesta: lo sciopero. A Roma succede spesso che i mezzi pubblici subiscano stop totali a causa degli scioperi di settore. Sempre di venerdì, chissà perché. E le motivazioni non sono quasi mai pubblicizzate. Ma quello che è successo lunedì scorso farebbe rivoltare nella tomba chi è morto per questo diritto. Scioperare il lunedì di “ponte”, bloccare una città invasa da turisti e che oggi più che mai ha bisogno di attirare italiani e soprattutto stranieri per rilanciare una situazione economica agonizzante. Ma lo sciopero, si sa, è sacro. Chissà quali fondamentali motivazioni c’erano dietro a questa mobilitazione? Per scoprirlo si può andare sul sito del Sul, il sindacato che ha organizzato lo sciopero. I lavoratori protestano contro la privatizzazione dell’Atac e Cotral le due società di trasporto rispettivamente della Capitale e della Regione Lazio e chiedono garanzie dei posti di lavoro e del reddito. Insomma, uno sciopero preventivo. Meglio mettere le mani avanti, e farsi qualche giorno di vacanza.