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Diritto di critica | October 16, 2019

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Brindisi, anatomia di un attentato - Diritto di critica

Brindisi, anatomia di un attentato

L’ANALISI – Il passo successivo all’attentato e alla diffusione delle fotografie delle giovani vittime (minorenni) sui Social Network – scattata quasi come un raptus nella mente di grandi giornalisti nostrani e degli utenti di Facebook – è stato quello delle ipotesi.

La più immediata era la soluzione di ogni magagna, il “ti piace vincere facile” all’italiana: a piazzare la bomba a Brindisi è stata la mafia. La Sacra Corona Unita, in particolare. E le coincidenze a favore di questa tesi nelle ore immedietamente successive all’attentato, sono state diverse: l’anniversario della strage di Capaci, la scuola intitolata a Francesca Morvillo e Giovanni Falcone, il passaggio di una carovana antimafia.

Troppe coincidenze, tutte in contrasto con la prassi mafiosa: la criminalità organizzata – e la Sacra Corona Unita in particolare – non fa stragi di bambini con ordigni piazzati davanti alle scuole ma colpisce le istituzioni, le associazioni, i simboli dell’antimafia, i magistrati, le forze di polizia.

Colpire in modo indiscriminato gli studenti, inoltre, avrebbe compromesso in modo fatale l’appoggio della popolazione e quella pax mafiosa che assicura la copertura e il consenso necessari per i traffici illeciti e il contrabbando, ancora forti in Puglia. Per non parlare della presenza delle forze dell’ordine che in massa avrebbero iniziato a presidiare il territorio (vedi il modello Casal di Principe nell’era Maroni).

Anomale, infine, anche le modalità dell’attentato: le mafie non utilizzano bombole di gas ma confezionano ordigni meno artigianali.

Una conferma in tal senso è venuta anche dal procuratore capo di Brindisi, Marco Dinapoli: «Non ci sono elementi per dire che c’era un obiettivo specifico dell’azione e non necessariamente siamo di fronte ad un atto terroristico», nel senso di un atto eversivo. Certo, prendendo per buona l’ipotesi del gesto isolato, prosegue, si può pensare ad una «persona arrabbiata e in guerra con il mondo, che si sente vittima o nemico di tutti e che utilizza una simile occasione per far esplodere tutta la sua rabbia».

La chiarezza di Dinapoli ha però innescato uno scontro con il procuratore di Lecce Cataldo Motta, responsabile anche della Direzione distrettuale antimafia (DdA). Arrivato a Brindisi poco dopo la conclusione della conferenza stampa di Dinapoli, Motta si è fermato lungamente con i giornalisti per dire che: «nessuna pista si può escludere»; «non c’è da capire solo il movente ma ancora tutto […] non siamo in condizioni di dire che è un gesto di un folle». E quando i cronisti gli hanno fatto notare che era stato Dinapoli ad annunciare la svolta in una conferenza stampa, parlando del video, Motta ha risposto secco: «non l’ho fatta io la conferenza stampa. Se c’è questo video allora perché‚ non lo prendiamo?». Nel caso in cui la matrice fosse mafiosa, però, la competenza sarebbe della DdA di Lecce, nel primo caso – il gesto di un folle – le indagini resterebbero alla Procura di Brindisi.