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Diritto di critica | April 20, 2014

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Messico: 81 giornalisti morti dal 2000. Il bilancio della guerra tra bande

Messico: 81 giornalisti morti dal 2000. Il bilancio della guerra tra bande
Veronica Fermani

messico giornalisti e1337854918476 Messico: 81 giornalisti morti dal 2000. Il bilancio della guerra tra bandeMessico paese di stragi, di omicidi, di barbarie inaudite. Paese di criminalità organizzata, di cartelli della droga, di guerra tra bande. Ma anche paese di giornalisti sequestrati e uccisi, di penne spezzate, di redazioni piegate a colpi di arma da fuoco.

Stavolta è toccato a Marco Aurelio Avila Garcia, rapito lo scorso 17 maggio in un autolavaggio di Ciudad Obrègon, cittadina dello stato di Sonora nel Messico nord occindentale, e trovato morto in una busta della spazzatura riposta ai bordi di una strada. Era un famoso giornalista di cronaca nera, messo a tacere dalla criminalità organizzata, come testimonia il biglietto di rivendicazione trovato accanto al suo cadavere.

È solo l’ennesimo. L’ennesimo omicidio ai danni della stampa messicana. Il 13 maggio era stata la volta di René Orta Salgado, cronista del “El Sol”, quotidiano che aveva lasciato da cinque mesi. Il cadavere è stato rinvenuto nel bagagliaio di un’automobile a Cuernavaca, a sud di Città del Messico. Solo dieci giorni prima altre 3 vittime a Boca del Rio nello stato orientale di Veracruz, dove il 28 aprile scorso era stata assassinata anche Regina Martinez, corrispondente del settimanale Proceso per cronaca nera e corruzione politica. Guillermo Luna, Gabriel Huge ed Esteben Rodríguez erano tre fotografi specializzati nelle inchieste sui reati della polizia e della criminalità organizzata. Assieme ai loro corpi anche quello di Irasema Becerra, segretaria amministrativa in un quotidiano e fidanzata di Luna.

Un genocidio senza fine che sa di attentato alla libertà di espressione, al diritto di raccontare la verità. Così fare il giornalista in Messico significa lavorare in un campo di battaglia dove a qualsiasi colpo sferrato a mezzo stampa corrisponde morte certa. Per questo molti quotidiani hanno deciso di abbandonare l’ambito della criminalità organizzata: l’ultimo in ordine di tempo è stato El Mañana, dopo che la redazione è scampata ad una pioggia di proiettili all’inizio di maggio.

Stando ai dati della Commissione nazionale sui Diritti Umani dal 2000 in Messico sono stati uccisi 81 giornalisti e altri 14 risultano scomparsi. Dati che hanno suscitato l’attenzione di organismi internazionali come Amnesty International: «Questa nuova ondata di omicidi di giornalisti dev’essere un campanello d’allarme per le autorità messicane, che devono fare di più per proteggere chi rischia la vita nello svolgimento della propria attività giornalistica. Il fatto che raramente le autorità identifichino e portino di fronte alla giustizia i responsabili di questi attacchi ha creato un clima di paura e vulnerabilità tra quei coraggiosi giornalisti che vogliono continuare a lavorare. Le autorità devono avviare indagini approfondite e imparziali, servendosi anche dei poteri previsti dalla nuova Legge federale per la protezione dei difensori dei diritti umani e dei giornalisti e garantire che gli assassini siano processati». Sono le parole di Rupert Knox, ricercatore di Amnesty International sul Messico.

Vittime che si aggiungono a vittime ingrossando le fila del bilancio che conterebbe 50.000 morti in Messico negli ultimi 5 anni a causa della criminalità organizzata. E se si muore per fare il proprio lavoro allora viene uccisa anche la democrazia, viene uccisa anche la libertà.