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Diritto di critica | September 22, 2019

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TienAnMen ventitrè anni dopo, chi dimentica e chi ricorda - Diritto di critica

TienAnMen ventitrè anni dopo, chi dimentica e chi ricorda

Ricordiamo di Tienan Men un’immagine gloriosa e sfocata: un ragazzo – il Rivoltoso Sconosciuto – in pantaloni neri e camicia bianca, piccolissimo di fronte ad una colonna di carri armati T-54. Lui, in piedi e disarmato, ferma la marcia dei carri. Di quella primavera 1989 dimentichiamo il prima e il dopo: come si arrivò allo scontro, cosa accadde dopo quella foto. Forse perché è comodo pensare che tutto si congelò lì, in un gesto di sfida al potere costituito, e ignorare la realtà di una rivoluzione fallita.

Al bombardamento dei media, pilotato proprio dall’ala conservatrice di Deng Xiaoping e di Li Peng, gli studenti reagirono alzando il tiro. Per due settimane la folla si riunì nella Piazza del Cielo aumentando di numero e chiedendo di essere riconosciuti dal governo. C’era di tutto: riformisti “inquadrati”, discepoli di Hu Yaobang, sostenitori del “comunismo delle origini”. Alcuni esponevano foto di Mao e inneggiavano alla rivoluzione culturale. Si ritrovarono uniti contro i media, che di loro stavano raccontando una versione falsa, e contro la corruzione dilagante nel partito.

Prima. Era iniziato tutto il 15 aprile, ai funerali di Hu Yaobang, politico riformista che aveva riabilitato molti “epurati” finendo a sua volta in disgrazia. Gli studenti scesero in Piazza a chiedere la riabilitazione di Hu e del suo pensiero. Erano alcune migliaia, ma fecero paura. Il vecchio conservatore Deng Xiaoping, ancora estremamente influente, scrisse un violento editoriale sul primo giornale cinese accusando gli studenti di “complottare contro lo Stato” e di “preparare la controrivoluzione”.

Il rinnovamento voluto dagli studenti non ci fu. Il Partito finì, dopo un mese di tregue e di stasi, per accettare la soluzione dura e dichiarò – su ordine di Deng Xiaoping – la legge marziale a Pechino, ormai testa di un movimento che coinvolgeva oltre 300 città. L’esercito entrò con la forza il 3 giugno in città, aprendosi la strada tra i rivoltosi nel quartiere ovest, per occupare il 4 giugno la piazza simbolo della rivoluzione. Iniziò la strage, dalle cifre mai confermate. Si va dai 200 morti ammessi dal Pcc cinese ai 3000 della Croce Rossa Internazionale e almeno 7mila secondo Amnesty International.

Nuove Rivelazioni. Wikileaks racconta un’altra verità. Secondo alcuni dispacci dell’ambasciata statunitense, l’esercito cinese combattè e sparò nel quartiere occidentale, alla periferia di Pechino, causando decine di morti sulle barricate improvvisate. Ma in Piazza Tienanmen – prosegue Wikileaks – nemmeno uno sparo. Agli studenti fu consentito ritirarsi dopo aver trattato con l’esercito, per non creare martiri.

Dopo l’arrivo dei carri. La rivoluzione finì quel giorno. La sollevazione popolare nelle altre città fu soffocata dall’esempio di Pechino, occupata militarmente. Nelle due settimane successive, i leader dei movimenti studenteschi furono catturati e “fatti sparire” dalle forze speciali cinesi. Anche il Rivoltoso Sconosciuto, di cui ancora oggi non sappiamo il nome. Le Madri di Tienanmen, parenti di quei desaparecidos, ancora oggi chiedono al Partito il coraggio di parlare e di ammettere la verità su quelle morti.

Vista da qui. La Piazza del Cielo è lontana dall’Italia. I cinesi di Roma, Prato, Milano la conoscono per sentito dire, scuotono la testa al ricordo, tirano dritto. Pensano che, per quanto drammatica, la repressione fu necessaria: “saremmo potuti finire come la Russia dopo il muro”. Lo spettro della crisi economica legata alla perestrojka russa è viva e ben presente tra le seconde generazioni cinesi. La miseria spaventa più della corruzione e della dittatura.

*Ringraziamo China Files per le interviste inserite nei link dell’articolo