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Diritto di critica | October 27, 2020

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La Spagna declassata. Obama contro la Merkel

La Spagna declassata. Obama contro la Merkel

di Virgilio Bartolucci

Ieri sera la Spagna ha incassato un declassamento molto pesante – ad aprile era stata S&P – da parte dell’agenzia di rating Fitch, passando da A a BBB. Due gradini secchi. Declassamento con outlook (previsione futura) negativo. Secondo Fitch infatti, un ulteriore declassamento di Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia è da attendersi se la Grecia uscirà dall’euro La causa è rintracciabile nel rapporto tra debito e Pil salito al 95 % e soprattutto nella ricapitalizzazione improrogabile delle sue banche. Circa 60 miliardi di euro, il 6 per cento del Pil spagnolo. Anche se le stime sono molto diverse. Secondo il Fondo monetario internazionale ne basterebbero 40, più quelli che la stessa Spagna riuscisse a rastrellare sui mercati, mentre secondo Fitch potrebbero servirne anche 100.

“Aiuteremo la Spagna”. Se la Spagna, con una disoccupazione totale che è praticamente il doppio della nostra, si trovasse con il nuovo governo di Mariano Rajoy messo sotto l’assedio del rigore e delle politiche d’austerity imposte dalla linea tedesca, si rischierebbe una crisi politica di cui sarebbe impossibile prevedere gli sviluppi. È logico che la sola idea abbia messo i brividi ai vertici della Ue. Tanto che il presidente dell’Eurogruppo Juncker ha rassicurato che se Madrid chiederà aiuto lo avrà. Al momento, però, non risulta che il governo iberico abbia avanzato una simile richiesta, che significherebbe automaticamente entrare nel circolo debito-manovre recessive.

I mercati ignorano le agenzie di rating. Nell’asta di ieri anche i mercati hanno dimostrato di non dare più molto peso alle agenzie di rating – di cui non si può dimenticare il comportamento avuto durante la crisi americana del 2008, vero inizio del terremoto finanziario che stiamo vivendo – e i bonos spagnoli sono stati ricollocati, anche se con interessi che continuano a salire e una sostenibilità sempre più difficile.

Se salta la Spagna salta l’Euro. Ora, il punto, in realtà molto chiaro, ma che rischia di perdersi dopo mesi e mesi di chiacchiere economiche, termini astrusi e ipotesi, è che siamo al punto di svolta. Se salta la Spagna, salta l’euro. E se salta l’euro si torna alle vecchie valute. Cosa significhi di preciso non lo sa nessuno, anche se è facile ipotizzare una catastrofe. Per utilizzare un esempio molto in voga, si stima che un litro di latte costerebbe 5000 lire invece di un euro e settanta.

Anche la Germania declassata. Ma se il taglio del rating spagnolo è comunque sintomo di una situazione drammatica, a colpire è il declassamento del Paese considerato il “padre padrone” dell’Europa di oggi, la Germania di Angela Merkel. Mercoledì la Germania è stata declassata. Anche lei, come noi mortali, verrebbe da dire. L’agenzia di rating Moody’s ha tagliato di un gradino l’affidabilità di sei banche tedesche, tra cui il secondo gruppo del paese Commerzbank, e di due gradini il rating di Dekabank, mentre cresce l’attesa per la valutazione della prima banca tedesca, la Deutsche Bank, che verrà esaminata a parte. Tra le banche declassate, anche il rating della controllata tedesca di Unicredit (Unicredit Bank), a quanto sembra, per uniformarla all’istituto italiano. Si tratta di un segnale forte: la Germania non è immune da un possibile contagio. Il downgrade tedesco si spiegherebbe con la previsione di altri choc europei, che metterebbero in allarme i mercati, a causa delle difficoltà degli  istituti di assorbire le perdite dovute a investimenti in un settore immobiliare crollato di prezzo, in un commercio che arranca, nell’imprenditoria  privata indebitata e in crisi e soprattutto nei titoli esteri, principalmente in quelli dei PIIGS, ma anche dei Paesi dell’est europeo.

Tanti rischi per la Merkel. Se i rischi al ribasso dovessero materializzarsi le perdite sarebbero consistenti. In sostanza, il taglio del rating non è altro che la conseguenza del passato, quando l’apporto di capitali tedeschi è stato fondamentale per sviluppare le economie oggi più in difficoltà, fatte espandere con investimenti ingenti da parte della Germania.

I Piigs senza la Germania. Senza l’aiuto tedesco, stimabile in poco meno di 440 miliardi di euro, questi Paesi – tra cui anche l’Italia, ma soprattutto la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda e la Spagna – non avrebbero potuto rilanciarsi nel modo in cui li abbiamo visti crescere negli ultimi decenni. Prestiti abbondantemente al di sopra della soglia di sicurezza consentita e maturati nella fase d’espansione che ha portato alla costituzione dell’Euro.

Berlino isolata. Ma più che economico il rischio tedesco è politico. Messa in mezzo da chi in Europa, sull’onda dell’elezione di Hollande all’Eliseo, chiede meno rigore e più crescita, e dai messaggi – anche in prospettiva elettorale – che Obama ha fatto pervenire da oltre oceano, Angela Merkel deve fronteggiare l’opposizione interna al suo Paese, ne fornisce un esempio il presidente del Parlamento europeo, il socialista Schultz, favorevole agli eurobond. Però, sebbene accerchiata e strattonata da quanti a lei e solo a lei attribuiscono il potere di invertire la tendenza, la Cancelliera resiste.

Verso l’integrazione politica? La Merkel tiene duro. Ora, a fronte dell’unità bancaria che si starebbe cercando di realizzare, chiede più potere per l’Europa e torna a parlare di vera unità politica. Si tratta dell’antico tallone d’achille della Ue, nata con un grosso deficit di sovranità. Priva di poteri fondamentali, rimasti sempre in mano agli Stati membri. Un processo lungo e difficile però, dietro al quale la Cancelliera potrebbe trincerarsi per boicottare le richieste di eurobond, le garanzie comuni a disposizione degli Stati in difficoltà, che comporterebbero un ruolo fondamentale per la Germania. Proprio ciò che i tedeschi non vogliono, avvertendo come svantaggioso e costoso un ruolo centrale nel tappare le numerose falle aperte nei bilanci. Va anche detto, però, che fino ad ora l’euro è convenuto soprattutto ai tedeschi. Non solo perché con la crisi apertasi in Europa la Germania è stata capace di attrarre investimenti e risparmi, ma anche perché, rispetto a una valuta pesante come il marco tedesco – al contrario della nostra “liretta” nazionale – l’Euro ha spinto l’economia reale incrementando le esportazioni, il 60% delle quali sono in Europa.

La manovra di Obama è iniziata da tempo e sembra puntare a stringere all’angolo la Cancelliera tedesca, prima che la sua impostazione rigorista arrivi a far male anche all’America. Ne è esempio la vicinanza espressa ad Hollande, con la metafora “dell’hamburger e delle french’s chips”. Poi l’intesa con Cameron, con il piano di salvataggio condiviso. Tutti sintomi di un asse anti tedesco che punta a smuovere le convinzioni di ferro della Merkel.

Salvare la Spagna significa salvare l’euro e non è poco. Infatti, proprio per le banche tedesche declassate  – secondo lo studio di una società di managment americana – i prossimi 5 anni prevederanno un esborso di 80 miliardi se l’euro resta in piedi e di ben 200 in caso contrario. Non è una differenza da poco.