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Diritto di critica | July 11, 2020

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Egitto, il colpo di Stato militare è completo - Diritto di critica

Egitto, il colpo di Stato militare è completo

Prima lo scioglimento del Parlamento, ora la “destituzione” del presidente ancora da eleggere. A fine ballottaggio, il Consiglio militare ha modificato la Costituzione tenendo per sè potere legislativo e di bilancio. I Fratelli Musulmani sbraitano, ma il compromesso è già pronto. L’Egitto resterà sotto il pugno di ferro delle Forze Armate ancora per parecchio tempo, alla faccia della Rivoluzione: che non è fallita, ma è in alto mare.

L’annuncio è arrivato a seggi chiusi: forse i militari volevano preservare i voti al proprio candidato Ahmed Shafiq, ex premier di Mubarak, minacciato dal “fratello musulmano” Mohamed Horsi dato per favorito. Ma cambia poco. La tivu di Stato ha annunciato la promulgazione di una “aggiunta” alla dichiarazione costituzionale per “definire i poteri del presidente” – il cui nome verrà reso noto giovedì – e per stabilire l’interim in attesa del nuovo Parlamento. Un interim che assegna all’Esercito il potere legislativo e di bilancio – ovvero soldi e leggi, al fianco delle armi.

Tecnicamente, si tratta di un colpo di StatoLe Forze Armate si sostituiscono a tutti i poteri democraticamente eletti: l’assemblea costituzionale è stata sciolta per tre volte e le sue funzioni vistosamente usurpate, il Parlamento è stato sciolto sabato scorso dalla Corte Suprema perché troppo filoislamista, il Presidente deve ancora essere nominato e già non ha più funzioni reali. Potrà nominare premier e ministri – peccato che fino a nuove elezioni non c’è nessuno da nominare, se non il gabinetto dei militari già in funzione. O gli altri uomini del regime di Mubarak, rispolverati per l’occasione.

Qualcuno ci vede dietro, come sempre, la zampetta americana. Tantawi oggi ha telefonato a Leon Panetta, segretario alla Difesa USA, assicurando che il passaggio di consegne ci sarà come previsto: eppure, l’annuncio serale va in direzione opposta. Ci vorranno mesi, adesso, per ricostruire gli organi democratici dell’Egitto. Certamente, a Washington fa piacere che il Parlamento a maggioranza islamica (60% dei seggi ai Fratelli Musulmani) sia stato disinnescato “legalmente”: ma se la contropartita è accettare ancora per 6 mesi o un anno il direttorato militare di Tantawi, l’errore è madornale. 

E Piazza Tahrir? Non ha voce in capitolo. Le diverse anime della piazza che ha cacciato Mubarak non hanno saputo trovare un esponente da mandare alle trattative con i militari, e si è trovata tagliata fuori dal binomio esercito-fratelli musulmani. Circondata. Ora le sue voci sono voci di dissidenti (pochi), braccati dalla polizia, già in possesso di mandati di comparizione, accuse di tradimento, prigioni dalle porte aperte. Come Alaa Abdel Fattah, di cui ci racconta benissimo Paola Caridi su Invisible Arabs. Ma la Rivoluzione non è fallita: ha dato la prima spallata, ha fatto i primi errori, ora si sta leccando le ferite. Tornerà, se tornerà, più forte di prima: a certe rivoluzioni serve tempo per completare l’opera.