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Diritto di critica | March 23, 2019

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Il calcio e i debiti col fisco, quando i ‘‘fallimenti controllati’’ agevolano gli imprenditori - Diritto di critica

Il calcio e i debiti col fisco, quando i ‘‘fallimenti controllati’’ agevolano gli imprenditori

Un altro colpo al cuore per lo sport e il calcio italiano. La storica società del Piacenza Calcio, fondata nel lontano 1919, è stata sciolta ufficialmente dopo che nessun imprenditore ha versato 500mila euro per saldare il debito sportivo col fisco. L’asta è andata deserta, nonostante la base di partenza fosse di appena 50mila euro. Scaduti i termini dell’esercizio provvisorio, tra la mezzanotte di lunedì e martedì, i curatori fallimentari dovranno portare i registri in tribunale e la società biancorossa, di fatto, non esisterà più. Troppo forte la vergogna per il calcioscommesse e la crisi economica. Ora, il marchio della squadra, che ha visto tra le proprie fila campioni del calibro di Gentile, Vierchowood, Maldera, Luiso, Pippo e Simone Inzaghi, è stato rilevato dall’associazione “Salva Piace”, un comitato di volontari per cercare di risollevare la società, con un altro nome, ripartendo dal campionato dei dilettanti.

Il calcio italiano è ricco di precedenti fallimentari”, anche tra le più blasonate società di Serie A. Come dimenticare la vicenda che riguardò la Fiorentina, in bancarotta nel 2002, che assunse il nome di “Florentia”, ripartendo dall’ex serie C2. Per il facoltoso imprenditore Diego Della Valle, il fallimento della vecchia società rappresentò una ghiotta occasione per entrare nel mondo del calcio, seppur da una porta secondaria. Alla neonata società fu concesso di utilizzare lo stadio Artemio Franchi, “in quanto espressione della città di Firenze”. Della Valle, dapprima volle affrancarsi dalla vecchia Fiorentina di Cecchi Gori, poi accettò di pagare i debiti della vecchia società per poter partecipare al campionato di serie C2. Ci fu disparità di trattamento, nel 2002, con altre squadre fallite, come Brindisi, Catania e Livorno, che partirono dai dilettanti.

Fu, poi, la volta della storica società del Napoli, fallita nel 2004 per un debito con il fisco di 67 milioni di euro. Era necessaria una ricapitalizzazione ma il piano, presentato dall’ex presidente del Perugia Luciano Gaucci (“affitto” della società per 5 milioni di euro l’anno per cinque anni e rata finale da 21 milioni per tutta la società), non fu considerato credibile. Il Napoli fallì e l’imprenditore napoletano Aurelio De Laurentiis acquisì il titolo sportivo della società. L’importanza della piazza e il blasone fecero sì che la Figc acconsentisse alla richiesta di poter ripartire dal campionato dell’ex C1. Fino al 2006 (anno in cui la squadra conquistò la serie B), la società si chiamò “Napoli Soccer”, prima di riacquisire lo storico e attuale nome.

La Lazio, nel 2005, raggiunse l’accordo col fisco per la restituzione di 140 milioni di euro, interessi compresi, in un periodo dilazionato di 23 anni. A garanzia dell’accordo, un’ipoteca sul centro sportivo di Formello e l’eventuale cessione dei contratti. L’intesa fu suggellata dall’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni e rivolta a “tutte le società con debito fiscale accertato e non concordato”. Il pacchetto di maggioranza dell’As Roma, invece, dopo la presidenza Sensi (con debiti complessivi accumulati per 325 milioni di euro con Unicredit), attualmente, è gestito dalla cordata di imprenditori americani facenti capo a Thomas Di Benedetto. Non è da sottovalutare, però, anche la partecipazione, in quota minoritaria, di Unicredit che vedrebbe di buon occhio la valorizzazione della nuova società.

All’estero non se la passano molto meglio. E’ notizia di questi giorni, il rischio, sempre più concreto, di fallimento dei Glasgow Rangers, storica società scozzese. Debiti per 93 milioni di euro rischiano di cancellare 140 anni di storia, trofei e vittorie se entro venerdì prossimo non verrà trovato un compratore pronto ad accollarsi i debiti del club. A nulla è valso il tentativo di salvataggio in extremis tentato dall’uomo d’affari ed ex amministratore delegato dello Sheffield United Charles Green, con il piano di rientro che non è stato accettato dal fisco britannico. La Federazione scozzese ha, infatti, deciso di escludere la squadra dal calendario della stagione 2012-2013.

Il club protestante di Glasgow paga lo scotto di non avere alle spalle un magnate capace di ripianare debiti e disporre aumenti di capitale. Come succede per il Manchester City (proprietario lo sceicco Mansour), per esempio, il Chelsea di Roman Abramovich o per i nuovi proprietari del Paris Saint Germain (emiri del Qatar). In barba al fair play finanziario, tanto invocato dal presidente dell’Uefa Michel Platini, queste società continuano a spendere cifre esorbitanti senza prendere in considerazione i bilanci in rosso. Come dire, la legge non è uguale per tutti, soprattutto nel calcio.