La Fornero ha ragione, “il lavoro non è un diritto”
Scritto da Emilio Fabio Torsello il 28 giugno 2012 in Editoriale
“Questa riforma non è perfetta, ma è buona, soprattutto per quelli che entrano nel mercato del lavoro”. “Stiamo cercando di proteggere le persone, e non il loro posto di lavoro. Deve cambiare l’atteggiamento delle persone. Il lavoro (their jobs, in inglese) non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso sacrifici (“Work isn’t a right; it has to be earned, including through sacrifice”, in inglese)”. (Elsa Fornero, intervista al WSJ)
LA SCHEDA – LEGGE SUL LAVORO, ECCO CHE COSA CAMBIA
Per una volta che la Fornero ne ha indovinata una, ha dovuto subire il populistico linciaggio della politica nostrana, ben poco avvezza alla cruda verità e sempre attenta alla pancia dell’elettore. Immediato il dietrofront – a dire il vero inutile e quasi sintomo di una colpa che non c’è – del ministro, che nella giornata di ieri ha rettificato di essersi riferita “alla tutela del lavoratore nel mercato e non a quella del singolo posto di lavoro, come sempre sottolineato in ogni circostanza”.
Citando e sbandierando la Costituzione, diversi esponenti dei partiti più “incazzati” si sono quindi scagliati contro il ministro del Welfare (ormai è un tiro a segno quasi quotidiano), dimenticando però che l’articolo 1 della Costituzione non definisce il lavoro “un diritto” ma parla di una Repubblica “fondata sul lavoro”. Che è diverso. Intendere il lavoro come un diritto, infatti, significa pretendere che lo Stato assicuri a ogni cittadino un impiego de facto e a priori. Questo accadeva ai tempi di Ceaucescu in Romania, dove tutti avevano un qualche posto di lavoro – per pessimo che fosse – e ciascuno portava a casa la pagnotta. Ma si stava sotto una dittatura. Si lavorava in fabbrica, come manovali.
Da noi il discorso è diverso. Mentre l’agricoltura e l’artigianato nostrani piangono carenza di personale (famosa la ricerca di panettieri, non si trovano giovani dispostoi a farlo) e si affidano alla manodopera straniera, l’Italia ha un esercito di laureati disoccupati, fermi in attesa di trovare il lavoro per cui hanno studiato. Che poi molti di questi si arrangino a fare i camerieri o i cassieri, poco importa: stiamo parlando di lavoro, quello vero, non i lavoretti stagionali. Ecco: se il lavoro fosse un diritto - ma non lo è – lo Stato dovrebbe assicurare a tutti i disoccupati un lavoro, magari nei campi, dove le aziende lamentano gravissime carenze di manodopera o la formazione come panettieri: avrebbero un lavoro assicurato per diritto e coprirebbero le falle di un sistema impiegatizio con forti differenze, con settori saturi di professionisti e altri che lamentano carenza di personale.
Dato però che il lavoro non è un diritto ma una scelta, allora – come giustamente ha sottolineato la Fornero - presuppone un sacrificio di qualsiasi tipo sia. Lo Stato, infatti, non deve assicurare il “diritto a un lavoro” ma deve mettere a disposizione gli strumenti di formazione e orientamento – scuole e università in rispetto dell’articolo 4 della Costituzione – funzionali ad arrivare sul mercato del lavoro con le carte in regola. Il resto sta alla bravura e allo spirito di sacrificio del singolo. Per tacer di sindacalisti e leader di partito.


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