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Diritto di critica | April 22, 2019

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Germania - Italia, una sfida lunga tre generazioni - Diritto di critica

Germania – Italia, una sfida lunga tre generazioni

di Virgilio Bartolucci

Un paese in festa? Solo il calcio te lo può regalare. A maggior ragione in tempo di crisi e con l’economia da tempo di guerra. Quando vinci con la Germania poi, è sempre qualcosa di più, è un orgasmo collettivo, una bolgia di felicità, una riscossa carica di emozione. Non ero ancora nato quando li battemmo 4 a 3 nel ’70, ma ho visto tre sfide tra Italia e Germania. Tre sfide, tre vittorie, tre epoche diverse e un solo identico urlo per tutte, a squarcia gola col dito alzato verso il cielo stellato. La prima volta ero un bambino di sette anni e mi trovavo al mare. La partita la vidi su un televisore in bianco e nero e poi rimasi a bocca aperta davanti a un carosello di colori che si rincorrevano felici tra 131 e Alfa Sud, clacson e bandiere. Ricordo le magliette color pastello e i jeans chiari, aderenti e corti di quegli anni. Ricordo l’eccezionalità di un gelato in piena notte e i ragazzi che entravano e uscivano dal bar facendo oscillare le strisce colorate appese alla porta come altrettanti boati di gioia. Ricordo Pertini, il presidente partigiano, e i racconti amari della mia famiglia, che i tedeschi li ha avuti in casa durante la ritirata della Wehrmacht, dopo la battaglia di Monte Cassino. Poi ho vissuto la felicità del 2006, in giro per strade e piazze. Attraversavo Roma per una radio, diffondendo nell’etere le parole a ruota libera di un popolo incontenibile. Voci vere, uscite dalla pancia di una notte di festa. Esprimevano insieme il senso della rivincita collettiva di un Paese in decadenza e quello personale e insondabile di ognuno. Una gioia effimera, dovuta a un pallone e che, poi, al pallone ha perdonato tutto, dimenticando gli scandali. Una circostanza che sembra ripetersi anche stavolta, come per uno strano destino. Quando la piccola e disastrata Italia, madre di un calcio corrotto e deciso da scommettitori senza cuore, abbatte ancora una volta una Germania titanica. E così, quando Balotelli segna, mi ritrovo con in braccio il mio bambino – un “fortunello” di neanche due anni – che agita le piccole mani nel segno di una festa che comprende solo attraverso di noi. Ma ogni tempo ha i suoi miti e i suoi mostri. Questa volta non c’è solo il nazismo da distruggere e esorcizzare ancora una volta. C’è lo spread e lo scudo per parane i colpi, lo spettro del default e gli eurobond che i tedeschi non vogliono. L’Italia è impegnata due volte. Sul campo e in un vertice per l’ennesima volta decisivo sul debito. A un passo dal non ritorno, in caduta libera, in recessione, mentre sullo sfondo intravede l’uscita dall’euro. Una carta da girare, sperando di non trovarvi una matta col teschio incorniciato dal cappuccio nero e la falce.

Anni di economia in crisi e di banche sempre in prima pagina. Sono loro ad aver prodotto quel mare di casini che elegantemente chiamiamo bolle. Le dobbiamo rifinanziare perchè acquistino i titoli, e intanto, non ti prestano un euro. Le stesse banche convertite alla religione della finanza creativa, un’atea moltiplicazione di pani e pesci, che in ultimo si risolve nella sparizione degli uni e degli altri. Loro incassano e comprano debito senza prestare a nessuno, intanto, qualcuno si ammazza, saltano migliaia di posti, le mobilitazioni diventano permanenti, come gli striscioni sui tetti. La benzina aumenta e ci chiediamo come mai l’economia non riparta. La crescita è uno zero virgola che potremmo vedere col cannocchiale, ma solo tra un paio d’anni. Nell’attesa di capire che fine faremo, cosa tasseranno la prossima volta e quanti blitz-spot contro le Ferrari di Cortina dovremmo vedere per credere al nuovo vento dell’equità. Si continua a pagare senza che i debiti si riducano, mentre la faccia cordiale e inflessibile di una signora tedesca, tondeggiante nei suoi vestiti lineari e poco eleganti, non fa che dirci di no. Sempre di no. Che non basta. Non basta comunque. Fino alla psicosi del baratro, che ci attende ineluttabile. In fondo, siamo o non siamo tra i PIIGS. I Paesi maiali, un acronimo offensivo, la beffa irridente dei padroni del mondo.

Poi, improvvisamente, succede. Nel caldo infernale che Caronte ha traghettato sulla penisola, l’Italia passa in vantaggio. Tonino Cassano, il ragazzo di Bari Vecchia, offre al monumentale Balotelli una palla perfetta. Lo fa con un numero che è la sintesi di una differenza culturale e di pensiero che gli stessi tedeschi odiano e invidiano allo stesso tempo. L’inversione a U con cui Cassano si beve gli stupiti bestioni tedeschi è l’ inconcepibile espressione di un’immaginazione fuori dagli schemi. È una deroga, un’eccezione, uno sberleffo alla rigidità di schemi fissi e prestabiliti che dettano la regola. Poi il raddoppio. All’italiana, con loro che attaccano a testa bassa come tori infuriati e noi che con un lancio peschiamo la nostra pantera nera in contropiede. L’azione è un concentrato di forza ed esplosività conclusa da una “botta” sotto l’incrocio che fa esplodere l’Italia e dalla maglietta che vola via mettendo in mostra un fisico d’acciaio e la sfrontatezza della gioventù. È l’ora della festa e poco importa se avremmo potuto fare altri cinque gol. Ciò che conta è vedere i tedeschi sotto choc. Con i giocatori fermi, in preda a un incubo. La grande Germania, unica virtuosa padrona dell’euro, che barcolla annichilita, in preda a un’insicurezza di sé di proporzioni esistenziali. L’Italietta della crisi, intanto, si abbraccia ancora una volta, da nord a sud, di città in città, di piazza in piazza, di televisore in televisore, si stringe sentendo rinascere l’orgoglio per le imprese disperate, quelle che ci riescono meglio, quando ci danno già per spacciati e con l’acqua alla gola.

Domani si gioca ancora contro la Germania, anche se a scendere in campo non saranno gli azzurri, ma Monti e i suoi bocconiani. Speriamo che i professori imparino, almeno per una volta, da Cassano e Balotelli. A loro più di tutti dobbiamo un’altra notte di tripudio. Certo, in fondo, non abbiamo vinto nient’altro che una partita di calcio e la contentezza poi passa. Una partita di calcio non cambia niente…o, forse, a volte, cambia tutto.