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Diritto di critica | September 20, 2020

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Cristiani, una strage sempre più muta

Cristiani, una strage sempre più muta

I morti sono diciassette, i feriti più di quaranta. Ma secondo la Croce Rossa del Kenya il bilancio degli attentati di domenica contro le due chiese cristiane a Garissa rischia di non essere ancora definitivo: sono almeno sette, infatti, le persone in ospedale a cavallo tra la vita e la morte. E prima che la notizia, travolta dalle news nostrane, scivoli nuovamente tra le pagine nere della cronaca estera ci si aspetterebbe quantomeno da parte dell’opinione pubblica  – così pronta a scaldarsi per la soppressone dei cani randagi in Ucraina o per la sconfitta italiana agli Europei 2012 – un’ondata di indignazione sulla realtà di intolleranza a cui sono soggette le comunità cristiane in Africa, Asia e Medio Oriente: ma quest’ondata stenta ad arrivare.

Diritti di serie B? Sui social network – dove proliferano pagine di informazione più o meno varia, più o meno alternativa – la notizia delle stragi in Kenya è passata quasi in sordina: pochi articoli, commenti tiepidi. Tra gli internauti, c’è però anche chi fa presente come «con tutto quello che i cristiani hanno provocato nei secoli, adesso dovrebbero rincrescerci?», oppure «E le Crociate ce le siamo dimenticate?». E ancora « abolite le religioni e finite le stragi. E guardi le crociate prima di parlare di stragi di cristiani». Ma, si sa, il mondo cristiano al giorno d’oggi attira l’attenzione della platea solo quando tratta  di scandali o di intrecci ambigui tra alta finanza e gerarchie ecclesiastiche: per il resto non conta nulla, perché marchiato dalle colpe vecchie di secoli di un’istituzione religiosa percepita come ostile. Né contano  più di tanto le discriminazioni verso le persone di religione cristiana, come se i cristiani fossero esseri umani di serie B, meritevoli di indignazione di seconda classe a causa del credo che professano. Dove sono in questi casi i paladini dei diritti umani, gli strilloni indignati delle ingiustizie mondiali?

Dal Kenya alle Filippine, violenze e discriminazioni. Eppure il fenomeno dell’intolleranza religiosa verso i cristiani in diverse aree del mondo non è nuovo. Negli anni le discriminazioni stanno vivendo una parabola crescente e i drammatici avvenimenti del Kenya sono solo l’ultimo passaggio di un atteggiamento sempre più diffuso e radicato. In Nigeria, ad esempio, dove la popolazione di 150 milioni di abitanti si suddivide equamente tra cristiani e musulmani, le violenze interreligiose verso la comunità cristiana sono costate la vita a centinaia di persone: lo scorso 17 giugno, almeno 52 persone sono morte in cinque diversi attacchi a chiese situate nel nord del Paese. Una situazione simile a quella dell’Egitto, dove la comunità cristiana è molto radicata ma denuncia forti discriminazioni e dove negli ultimi anni sono state registrate pesanti tensioni, dagli scontri dei copti con la polizia nel novembre 2010 alla strage del capodanno 2011, quando un’autobomba davanti alla chiesa copta di Alessandria d’Egitto causò 21 morti. Non solo: in Iraq i luoghi di culto a Baghdad, Mossul e Kirkuk sono stati bersagli di ripetuti attacchi terroristici e migliaia di cristiani hanno lasciato il paese nel timore di violenze, mentre in Pakistan diverse organizzazioni non governative denunciano casi di giovani cristiane costrette a convertirsi all’islam e sposare uomini musulmani a seguito di violenze sessuali.  Il clima di tensione interreligioso è presente anche in India – dove a livello locale continuano ad esistere leggi che puniscono la conversione al cristianesimo sebbene la Costituzione garantisca il diritto alla libertà religiosa – e nelle Filippine: sull’isola di Jolo, roccaforte del movimento islamico Abu Sayyaf legato ad Al Quaeda, sono stati registrati ripetuti attacchi contro chiese cattoliche.