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Diritto di critica | May 23, 2019

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"Basta con gli stipendi d'oro della casta". Storia di un referendum fantasma

“Basta con gli stipendi d’oro della casta”. Storia di un referendum fantasma

Sui social network sta diventando uno dei post più virali. Un referendum contro la casta, “che i politici stanno boicottando” e del quale “i giornali non parlano perché sotto ricatto”. A molti è sembrato uno scherzo di metà luglio, periodo di magra dell’informazione politica italiana. Ma è tutto vero.

Un referendum anti-casta, forse. Insomma, un referendum di cui nessuno parla perché altrimenti “la casta trema”. Un voto che “taglia gli stipendi d’oro dei parlamentari”. Sui social network, si sa, non c’è miglior messaggio virale di questo: “politici ricchi e corrotti, ora ve la facciamo vedere noi”. Così decine – o forse centinaia – di migliaia di utenti Facebook hanno condiviso sulla propria bacheca un’immagine che ricordava loro che colpire la casta si può. Basta recarsi al proprio comune di appartenenza e mettere una firma. “Finora abbiamo raccolto 200mila firma, ne servono altre 300mila entro il 26 luglio”, spiegano gli organizzatori. Eppure molti si sono recati davvero al proprio comune ricevendo un’unica risposta: “noi non ne sappiamo nulla”. Ma non si tratta di un bluff. Piuttosto sembra che l’intoppo riguardi problemi organizzativi dei promotori (che si raggruppano intorno ad un fantomatico partito politico dal nome “Unione popolare”). Infatti, nonostante manchino solo dieci giorni alla scadenza del deposito delle firme, non sono stati ancora in grado di dare adeguata copertura alla raccolta.

Abolire gli stipendi dei parlamentari? No, solo la diaria. Ma questo è solo l’ultimo dei problemi di questo strano referendum. In primo luogo ciò che si dice su Facebook non rispecchia realmente la portata del quesito. Infatti, un referendum che chiedesse l’abolizione dello stipendio dei parlamentari risulterebbe incostituzionale. E a quanto pare gli organizzatori su questo sembrano abbastanza informati. Così, il quesito chiede l’abolizione dell’articolo 2 della legge 1261 del 1965 che stabilisce una diaria per i giorni trascorsi a Roma dai parlamentari durante i lavori di Camera e Senato. Circa 3.500 euro al mese per ogni deputato e senatore, per un risparmio annuo di 50 milioni di euro. Certo, a chi fa notare che il risparmio è inferiore al costo dello stesso voto, gli organizzatori rispondono che si tratta di una questione di principio, un messaggio chiaro da lanciare alla casta in un periodo di ristrettezze economiche.

Inammissibile, per un errore (grossolano). Se in questo modo il referendum è inattaccabile sotto il profilo costituzionale (anche se si è scelta di conseguenza una linea più “morbida” rispetto alle aspettative), non può essere accolto, non per il quesito, ma in base ai tempi di raccolta delle firme. Infatti, l’articolo 31 della legge n. 352 del 25 maggio 1970 stabilisce che “Non può essere depositata richiesta di referendum nell’anno anteriore alla scadenza di una delle due Camere e nei sei mesi successivi alla data di convocazione dei comizi elettorali per l’elezione di una delle Camere medesime”. Poiché si voterà, per scadenza naturale, nel 2013, nel 2012 (anno antecedente a quello del voto) non si può depositare richiesta di referendum. Così, le firme finora raccolte andranno al macero per un errore evidente di chi, forse per farsi pubblicità, è stato poco attento alle varie norme referendarie. Tuttavia, qualcuno meno sprovveduto riuscirà un giorno a far votare i cittadini sullo stipendio dei propri parlamentari, ma non sarà questo il caso.

Twitter: @PaoloRibichini

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Comments

  1. Cittadina

    Gentile Paolo Ribichini,
    premetto: non è mio interesse difendere né screditare nessuno. Leggo per informarmi. L’informazione da Lei trasmessa è in sintesi: inutile andare a firmare, un vizio di forma annienterà i propositi dei promotori del referendum.

    Da altra testata online (il link glielo posso inviare in qualsiasi momento) cito il seguente estratto:
    “Le firme [per questa iniziativa] potranno essere consegnate in Cassazione solo a gennaio
    (nell’anno solare che precede le elezioni politiche è vietato
    presentare un referendum). Entro l’autunno del 2013 la Suprema
    Corte verificherà l’entità e la legittimità delle sottoscrizioni,
    che devono essere almeno mezzo milione. Più o meno nel gennaio 2014
    la Corte Costituzionale valuterà i quesiti. Il tempo di convocare
    la consultazione popolare, e nella primavera del 2014 gli italiani
    potranno andare a votare. ”

    Se l’informazione qui citata corrisponde a verità, andare a firmare pro referendum avrebbe sì un senso. Mi domando ora: ha ragione Lei o quest’altra testata ?
    Con una verifica impegnativa e una pronta risposta potrebbe offrire un vero servizio a noi cittadini. Grazie.

    • PaoloRibichini

      Ha perfettamente ragione. Mi spiego meglio citandole l’articolo 28 della legge 352: “Il deposito presso la cancelleria della Corte di cassazione di tutti i fogli contenenti le firme e dei certificati elettorali dei sottoscrittori deve essere effettuato entro tre mesi dalla data del timbro apposto sui fogli medesimi”.
      Da qui si evince che se la richiesta è stata effettuata il 19 aprile e i timbri sono stati apposti il 26 aprile, entro il 26 luglio tutte le firme apposte in quei fogli, andranno al macero in quanto non possono essere trasferite su nuovi moduli

  2. CRITICARE QUESTO REFERENDUM DOPO TUTTE LE STRONZATE CON CUI HANNO TENTATO DI PORTARCI A VOTARE, APPARE ALQUANTO INCAUTO.
    POCO INTELLIGENTE INVECE APPARE, PARAGONARE IL COSTO FISSO DEL REFERENDUM CON “I RISPARMI OTTENUTI”, CHE VANNO AD AUMENTARE ANNO PER ANNO (MATEMATICA ELEMENTARE…)

    • PaoloRibichini

      Ma non abbiamo criticato questo referendum. Abbiamo detto semplicemente che sarà invalidato per un vizio di forma. E non per colpa dei politici corrotti, ma per evidente incapacità degli organizzatori. Per quanto riguarda i costi, invece, la invito a rileggersi il pezzo per capire che non è una nostra critica

  3. bfly2@tiscali.it

    anch’io ho percepito un leggero tono di sarcasmo nella parte dove lei parla del risparmio annuo vs costo del voto. Se non è stata la sua intenzione le suggerisco di riproporre la frase, secondo me non è neanche una questione da considerare in questo caso, visto che il costo del voto è una volta sola, ma il risparmio è notevole per gli anni avvenire.