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Diritto di critica | September 19, 2020

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Berlusconi sì, o Berlusconi no? E' questo il dilemma

Berlusconi sì, o Berlusconi no? E’ questo il dilemma

“Silvio Berlusconi non si ricandida, anzi, la prossima settimana sarà lui stesso a ritirare il suo nome dalla corsa per la presidenza del Consiglio”, a dirlo a Diritto di Critica, in via confidenziale, è stato un alto dirigente dei giovani del Pdl – che preferisce l’anonimato –  presente alla festa organizzata dalla corrente che fa capo a Fabio Rampelli – su Roma, uno dei più influenti ex An prima e oggi deputato del Pdl, grande artefice dell’ascesa in Campidoglio di Gianni Alemanno – nel cui gruppo (i “rampelliani”, appunto) è cresciuta fino a spiccare il volo, anche l’ex ministro Giorgia Meloni.

“Silvio, attento ai ricatti”. Il motivo per cui Berlusconi ritirerà la sua candidatura, secondo il giovane dirigente pidiellino, è che “Berlusconi, un po’ come tutti, è ricattabile”. Una frase sibillina che lascia intendere la possibilità di un fuoco amico capace di ridurre il Cav a più miti consigli. Che sia una scissione, o il mancato sostegno, o un’altra ragione a convincere l’ex premier a smentire la sua ricandidatura non è dato sapere. Certo è che la frase pare quanto mai eloquente, di come, non solo i big, ma anche i giovani del partito guardino ad un progetto che sa di nuovo come un completo matrimoniale già utilizzato per un precedente sposalizio.

Ma il capo è ancora lui. In effetti, è da giorni che ci si domanda se realmente Berlusconi si candiderà oppure no alla Presidenza del Consiglio. Una domanda nata spontaneamente, ben presto fatta oggetto di dubbi e di esplicite rassicurazioni (Alemanno) in merito ad una retromarcia del Cav dalla sesta candidatura. Al momento, Berlusconi nega che la sua sortita elettorale sia una boutade messa lì per sondare il terreno. Emergono sondaggi che vedrebbero il suo ritorno meritare la considerazione dei cittadini, a dimostrazione che nel partito del predellino la voce grossa la può fare ancora e solo lui.

Il vecchio che avanza. A sbarrare le porte all’ennesima discesa in campo, in realtà, dovrebbe essere quantomeno il buon senso. L’età avanzata non è certo un esempio di freschezza, una ventata di novità, ma a sconsigliare la mossa c’è ben altro. Ad esempio, un’immagine internazionale finita in burletta, tra scandali, bunga bunga e amicizie imbarazzanti in casa e all’estero. A dir poco compromessa dalle vicissitudini giudiziarie, dall’infinita serie di processi che, seppure non sono giunti a una condanna definitiva (causa, tra l’altro, prescrizione, leggi ad personam votate dalle sue maggioranze, depenalizzazione di reato e centinaia di milioni spesi in avvocati) hanno letteralmente stracciato e sepolto per sempre la sua credibilità. Il concentrato di tutto ciò che  si vorrebbe non fosse mai più.

Quanto è stretto quel vestito da Padre nobile… Quello che è accaduto dopo è storia recentissima. Berlusconi si è defilato per alcuni mesi, è sembrato tornare alla vita di un tempo. Ha incoronato Alfano e, indossati i panni (che a dire il vero gli vanno un po’ stretti) del vecchio saggio con la brama stemperata dall’età, ha giurato più volte dinanzi alla stampa internazionale che no, non tornerà al timone. Ammettendo la fine della sua vita politica, almeno di quella attiva.

Rinascimento pidiellino. E mentre la sua rabbiosa corte è sembrata evaporare nell’incertezza, la base del centrodestra è stata pervasa da nuove spinte, da una ritrovata verve.  Le giovani generazioni di militanti hanno iniziato a criticare, senza più timore, ciò che è stata l’ultima fase del partito. Rivendicando di avere una testa pensante per troppo tempo nascosta e dipinta come un vuoto ossequioso, riempito “a pappagallo”, ora, dalle intemerate dei falchi, ora, dal tatticismo delle colombe.

Primarie sempre. È sull’onda delle critiche che i giovani del Popolo della libertà hanno mosso al nuovo segretario, l’ex Guardasigilli, Angelino Alfano che si è iniziato a discutere di un ritorno non più rinviabile degli oligarchi sul territorio e con sempre con maggiore insistenza della necessità improrogabile delle primarie. Un tabù, fino a poco tempo prima, ritenuto retaggio difettoso di un Pd costantemente perdente. Di fronte ad una sconfitta quasi certa, nel Pdl si è iniziato a riflettere su come creare un centrodestra più maturo, o, come si diceva una volta – con espressione oggi probabilmente passata di moda – , europeo.

Il ritorno di fiamma. Ma, improvvisamente, eccolo di nuovo.  Si paventa all’orizzonte con la sagoma limata dalla dieta, come – dicono i suoi araldi – sia uso fare prima di scendere in campo. È ancora lui, Silvio Berlusconi, una volta in più. Il One man Show della politica italiana, torna all’attacco. Fa sapere di aver studiato il linguaggio di Beppe Grillo e di essere pronto a gettarsi nuovamente nella mischia. Prima ad una convention di giovani chiede “datemi il 51%”, poi non se ne parla nemmeno più.  Alfano – messo in sella, disarcionato e calpestato, ma sempre grato al “sire” – diventa l’uomo più preso in giro della politica nostrana, che pure di casi comici e tragicomici abbonda. Però, ben presto è costretto ad accorgersi – con fastidiosa sorpresa – che i sondaggi, anche i più amichevoli e casalinghi (vedi Ghisleri), non sembrano attestare un’ovazione di folla, anzi, tutt’altro. L’uscita su “Forza Italia” come “nuovo” nome per il partito ha fatto infuriare un po’ tutti, costringendolo a una frettolosa ritirata. Gli ex An non sono domabili e se prosegue su quella strada c’è il rischio di andare allo scontro frontale tra due anime che per molto tempo si sono sopportate ed hanno unito sforzi e voti, ma senza mai integrarsi. Soltanto i falchi sono con lui. Il vecchio establishment, quello che lo ha servito dandogli sempre ragione, ben sapendo di non poter sopravvivere alla sua fine.

Salvare Mediaset. Forse nemmeno a Berlusconi va di ricandidarsi ancora, a meno di non esservi costretto per far sopravvivere le sue aziende, garantendo loro importanza e visibilità tramite l’impegno in prima persona. Quello che potrebbe interessare al Cav, più che altro, è non sparire, far capire a tutti che il suo veto è sempre la condicio sine qua non con cui confrontarsi, dentro e fuori dal Pdl. Ma per questo potrebbe anche bastare un Monti-bis. Perché è vero che Monti in casa ripete che nel 2013, terminato il suo compito, si farà da parte, ma è altrettanto vero che in Europa suona tutta un’altra musica. E in effetti, chi, una volta incassato il voto, si metterebbe a fare il Monti, continuando nella cura dimagrante, se non lo stesso Monti?

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Comments

  1. i soliti articoli da falliti sinistroidi