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Diritto di critica | July 8, 2020

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L'industria che scompare: -10% di posti di lavoro - Diritto di critica

L’industria che scompare: -10% di posti di lavoro

di Chiara Baldi

Seicentosettacinquemila posti di lavoro in meno nell’industria in soli cinque anni, dal 2007 ad oggi. Di questi, ben 473.640 posti sono da considerare una “perdita secca”, mentre 201.096 sono lavoratori a zero ore, interessati da cassa integrazione speciale o in deroga. Insomma, la potente industria italiana ha perso in un quinquennio un occupato su dieci. È quanto emerge dal nono “Rapporto Industria” della Cisl, a cui quest’anno è stato dato un titolo sibillino: “fare sistema per rilanciare l’industria e la crescita”. Infatti, visti i dati drammatici, la Cisl auspica una maggiore concertazione tra forze sociali e Regioni al fine di arginare la costante perdita di lavoro nel settore industriale.

Il sindacato di Bonanni inserisce tra i lavoratori a rischio perdita di lavoro, anche quelli in cassa integrazione che, per la Cisl, sono a “zero ore”. E sulla cassa integrazione sottolinea che tra il 2007 e il 2011 le ore complessive, nell’industria e nell’edilizia, sono aumentate del 315,9%. Ad essere aumentata, anzi, esplosa, è anche la cassa in deroga (passa dal 7,4% al 14% delle ore totali di cig autorizzate), che è appunto “una deroga” alla normale cassa integrazione. Quindi, come è abbastanza deducibile, chi è “in deroga”, è anche già stato in cassa integrazione. Dunque, mesi lunghi e frustranti senza lavoro e con pochissime possibilità di essere reintegrati in azienda. Tra le regioni che più hanno accusato il ricorso alla cig, secondo il rapporto Cisl, ci sono la Lombardia, il Piemonte, Umbria, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata e Sardegna. Nord, Centro e Sud, nessuno escluso nel grande gioco del “mettiamo in cassa integrazione i lavoratori”.

Ciò che è evidente è che questo 2012 è ancora più nero del biennio 2008-2009 e che, come scritto nello studio della Cisl, «il primato delle persone e dei gruppi sociali sulle ragioni dell’economia e dei conti economici è fortemente rimesso in discussione». Insomma, i lavoratori con la crisi contano sempre meno, anche se è difficile pensare che, una volta finito questo periodo di empasse economico, il lavoratore torni al centro dell’azienda e del mercato del lavoro. Ma forse, dopo questa drammatica e prolungata crisi dovremmo tutti fare un passo indietro e tornare a rimettere al centro della macchina produttiva colui che produce: il lavoratore, appunto.