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Diritto di critica | September 21, 2020

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Cena tra amici, quando il gioco virtuosistico soffoca le emozioni

Cena tra amici, quando il gioco virtuosistico soffoca le emozioni

di Jleana Cervai

Affermare che un film come Cena tra amici soffochi le emozioni apparentemente sembra un perfetto controsenso. La pellicola infatti, che trae le sue origini nel teatro, è fondamentalmente un’esplosione progressiva di stati d’animo, scaturita da uno scontro serratissimo tra razionalità e libera fuoriuscita allo scoperto del proprio sfogo personale, tra un Superego troppo allenato a farla costantemente da padrone e un Es in ribellione sfrenata. E sembra strano dover riconoscere che in tutto questo a perderci siano le emozioni. Ciò accade probabilmente perché quanto più si apprezza il volteggiare della sceneggiatura nei suoi meccanismi contrappuntistici e non si può far a meno di riconoscere lo studio attento ed esperto dei tempi comici, tanto più si comincia presto a intravvedere la struttura portante della commedia e, di conseguenza, la si prevede. Eventualmente, la si ammira. Ma non se ne viene travolti.

Ecco, le mosse dei personaggi – soprattutto dalla metà in poi della proiezione – divengono prevedibili, perché noi spettatori abbiamo capito benissimo che questa cena tra amici si è trasformata in un “tutti contro tutti” senza esclusione di colpi e non ci resta che aspettare che sia messo alla berlina il prossimo di turno. Così sentiamo che il film comincia a girare su se stesso in un vortice di tensione sempre più forte, che raggiunge il suo culmine, esplode, e poi scompare. Senza regalarci però un’emozione che sconfigga l’amarezza, perché in quell’amarezza che ha permeato ogni angolo della casa degli ospiti è stato immerso l’Ego di ciascuno dei personaggi. Vediamo di conoscerli: si tratta di Vincent, agente immobiliare con il (cattivo) gusto dello scherzo facile, di sua sorella Elizabeth (che ha scelto di dedicarsi alla famiglia ma rimpiange la carriera mancata), del marito di lei, Pierre (docente universitario che si smarrisce in troppi labirinti filosofici e scarseggia un po’ nella loro applicazione pratica), di Anne, moglie di Vincent (in stato interessante e in stato d’animo non troppo sereno nei confronti del marito), e infine di Claude (il raffinato orchestrale che nasconde da molti anni una relazione scomoda).

La presentazione dei cinque è ben costruita: un’introduzione iniziale dedicata a ciascuno, una sorta di carrellata, sintetica ed efficace, nonché condita di bonaria ironia, che sfrutta benissimo le potenzialità del mezzo cinematografico, con immagini tratte dalla quotidianità dei personaggi che si sfogliano come le pagine di un album di fotografie viventi, o meglio come le pagine di un’agenda vivente (scandite dalla voce fuori campo “lunedì, martedì, mercoledì”…). Una tecnica originale come la scelta di aprire degli squarci visivi inaspettati prendendo spunto dalle targhe delle strade percorse in moto dal ragazzo che consegna le pizze a domicilio: fulminee immersioni divaganti in un passato lontano, dal sapore storico e dal tono umoristico.

Un po’ di respiro insomma per lo spettatore prima di rinchiuderlo entre les murs, nella dimora di Pierre ed Elizabeth, quella sorta di fortezza resa inaccessibile da tanto di codici e al tempo stesso trappola di discussioni e di introspezioni (più o meno volute e cercate) dove rimarrà prigioniero fino al finale. Peccato che di questi amici finiamo per conoscere solo le fragilità: ecco dunque perché è il loro Ego a uscire sconfitto, perché forse è proprio la frantumazione delle identità lo spettacolo che si vuole mettere in scena. E il vero protagonista, al di sopra di tutto, è il “punto di rottura”: il confine labile tra altruismo ed egoismo, tra condivisione degli affetti e istinto di personale sopravvivenza, tra comunicabilità e incomunicabilità, tra guerra e pace in versione domestica.

Varie scene ben costruite strappano il sorriso e il punto più alto di comicità è raggiunto attraverso l’equivoco: il gioco sul nome del nascituro di Vincent spalanca le porte a vivacissimi scambi di battute all’interno di una conversazione in cui sembra che si debba decidere del destino del mondo e che i massimi sistemi stiano sulle labbra di un agente immobiliare, di un docente universitario, di una professoressa, di un orchestrale… Finchè tutto si dissolve in una bolla di sapone quando si scopre che la serissima diatriba non ha ragion d’essere, è solo il frutto di una burla. Le sue conseguenze sulle relazioni interpersonali però non sono altrettanto facili da cancellare, perché ormai il vaso di Pandora è stato scoperchiato. Ed è da qui che inizia la parabola decadente, la discesa agli inferi che sembra poi riscattarsi nel finale. Ma è un vero riscatto? Ci basta rivedere i cinque amici insieme sorridenti per essere certi che il loro affiatamento sia rimasto intatto, che la lealtà e la fiducia reciproche non siano state irrimediabilmente scalfite, che i sentimenti sinceri non siano stati sopraffatti da un gioco di rispecchiamenti, di finzioni e di equilibri instabili tra vittime e carnefici?

Questo film, proponendosi nella formula di un vero concentrato di disgregazione, diventa un’ottima occasione per riflettere sulle verità nascoste proprie e altrui, sulle incoerenze fra teoria e pratica, sulle dinamiche che intrecciano pubblico e privato, e in particolare sul rapporto fra “testo” e “sottotesto”, ossia fra “detto” e “pensato”. Il rischio? Farci dubitare sempre e di tutti e perdere un po’ di quella fiducia, di quella fides nel senso più specifico di lealtà, senza cui non può esistere amicizia.

Comments

  1. Jleana

    “Conflitto” è probabilmente un termine troppo forte. Credo si tratti di una differenza di spessore, di una differenza di tensione: in Carnage sentiamo il sangue dei personaggi pulsare, ne riconosciamo tratti di autenticità, il meccanismo azione-reazione gioca sulla sorpresa… non c’è rigidità. La scala delle emozioni non si lascia sopraffare dalla dialettica. Magari è anche una questione di interpretazione. Magari è il palcoscenico meno affollato di personaggi a rendere il tutto più realistico; esasperato, gridato, eppure più credibile. E l’ironia è ben disseminata, gli ingredienti sono sapientemente dosati. L’ironia appare e scompare in maniera elegante, trionfa nel finale nel primo piano regalato al criceto, nell’opposizione prigione-libertà o civiltà-natura, trionfa col suo scorrere quasi invisibile nelle ultime immagini, nel lasciarsi leggere tra le righe dei titoli di coda sul cui sfondo si può forse trovare la rivincita della vita e della sua casualità sull’eccesso di ragionamenti e sofismi. Cena tra amici rimane un po’ indeciso tra più tonalità, e quando crede di trovare il registro della leggerezza rischia di evaporare. Questa è la mia percezione, è solo un’opinione… Jleana