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Diritto di critica | September 26, 2020

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Monti, tanti annunci ma il lavoro è solo all'inizio

Monti, tanti annunci ma il lavoro è solo all’inizio

Ma quanto vuole durare il governo Monti? Una domanda che non si pone, vista – senza contare la possibilità del voto anticipato – la prossima scadenza della legislatura. Eppure, a fronte di partiti già in campagna elettorale e pronti a darsele di santa ragione, magari cavando fuori dalla tasca la promessa più seducente per un elettorato smarrito come non mai, la verve dell’esecutivo sembra rinvigorirsi con l’avvicinarsi delle urne. A tal punto che il Consiglio dei ministri di venerdì scorso (24 agosto) è sembrato decisamente eccessivo nei suoi propositi.

Proseguire l’opera. Tanta carne al fuoco che – come insegna il passato – poi rischia di concludersi in un nulla di fatto dal retrogusto evanescente. In linea di principio i propositi di Monti sono giusti. Continuare a fare, rendendo le norme già pubblicate in Gazzetta ufficiale capaci di essere effettivamente applicate e, al contempo, continuare a sfornarne di nuove, cercando di completare il disegno tracciato a novembre, quando il team dei “bocconiani” è sceso in campo. Il problema, però, è combinare le promesse con il poco tempo rimasto.

Improbabile un ultimo sforzo. E con la campagna elettorale in corso pensare ad “un ultimo sforzo” come quello fatto balenare in Consiglio dei ministri, sa tanto di frase di buon auspicio. Un clima di festosa fine stagione dettato, forse, dall’aver evitato il temuto tracollo estivo e dall’aver dimostrato, sia pure a costo di un fortissimo malcontento in gran parte del Paese, che qualcosa è stato effettivamente fatto. Il che, da solo, è già un segnale di discontinuità non da poco rispetto alle ultime legislature.

Piantare un seme da far germogliare dopo il 2013. Seguendo una lettura un po’ più politica, invece, la mole di lavoro messa sul tavolo del governo potrebbe, da un lato, contribuire a proteggere l’esecutivo dalle critiche della corsa elettorale fornendo al Paese l’immagine del governo ancora al lavoro e, dall’altro, costituire l’incipit di un discorso da riprendere necessariamente dopo le urne e forse addirittura con gli stessi interpreti. Un seme che, per poter germogliare e dare un buon raccolto, dev’essere affidato a mani esperte. Quali, ad esempio, quelle che l’hanno piantato.

Di sicuro c’è tanto da fare. Anche perché – come affermato al Corriere dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà – se le norme ci sono, non è così per i decreti attuativi. Vale a dire, per quelle norme secondarie e quelle procedure che devono tradurre le leggi in fatti, rendendole operative e capaci di entrare nel merito dei problemi.

Tempi lunghi perattuare le riforme. Ebbene, per rendere effettivamente funzionanti le decine e decine di norme varate dall’esecutivo guidato da Monti – come mostrato dal Sole 24 ore – sono stati predisposti 390 decreti attuativi. Ma di questi quelli approvati sono stati soltanto 40. Decisamente troppo poco e comunque molto meno di quanto si possa pensare. Basti considerare che del tanto decantato “salva Italia” il livello d’attuazione è al 30%, mentre le altre misure toccano a malapena il venti. Un punto che andrebbe sottolineato molto più di quanto non si faccia. Visto che è alla base della tanto bistrattata “politica degli annunci”. Quando la norma c’è viene comunicata a tutti, ma poi risulta inapplicabile e rimane lettera morta perché non le si dà alcuna effettiva attuazione.

E la crescita? Anche alla luce di ciò, è normale che le parole del premier sull’uscita dalla crisi più vicina e i sorrisi soddisfatti di alcuni ministri hanno suscitato critiche e dubbi. Intanto, dopo l’incontro a Bruxelles con Barroso e quello con la Merkel a Berlino, Mario Monti si ritrova davanti al problema più grave che è e resta quello della crescita.

Misure per lo sviluppo non pervenute. Da mesi e mesi non facciamo che sentir ripetere fino alla nausea il termine “crescita”, senza poi vedere una sola misura realmente significativa in tal senso. Su questo i provvedimenti per la crescita sembrano battuti solo da quelli per i giovani, altro slogan privo di contenuto. E così il famoso “cresci Italia” (53 provvedimenti attuativi di cui approvati solo 7) suona sempre più come la formula magica di un prestigiatore di quart’ordine che come un’imperativa esortazione al Paese. Anzi, constatando la drammatica flessione attesa per il Pil, il calo delle esportazioni e della produzione industriale, il rincaro da record dei carburanti, l’allarme di tutte le associazioni di categoria, l’aumento pauroso della disoccupazione e del malessere sociale, con il richiamo continuo fatto nell’ultimo periodo alla cosiddetta “generazione perduta” alla quale non vengono mai negate parole di sentito cordoglio – espressioni che implicitamente confermano la resa e l’accettazione di un funerale fissato senza neanche sentire cosa ne pensi il moribondo -, allora, diventa molto difficile pensare che in una manciata di mesi tra la cappa di plumbee nubi stazionarie sulla penisola faccia capolino il sereno.

Quello che serve. Una riforma del fisco (ma su una possibile riduzione delle tasse Monti ha già tirato il freno a mano), combattere davvero la mafia aggredendone i patrimoni, dare attuazione a norme europee attese da anni, come la legge sulla corruzione (ancora in alto mare e su cui, nonostante le richieste Ue, pesa il veto del Pdl). Cercare di rendere più veloce la macchina della giustizia per tornare ad essere un paese appetibile per gli investimenti esteri attraverso la normale tutela dei diritti, primo fra tutti quello di vedersi risarcire i torti subiti. Potenziare il recupero dell’evasione, riformare le autonomie locali (leggi Province), continuare sulla linea della Spending review tagliando gli sprechi della pubblica amministrazione e parallelamente il potere enorme di cui gode la nostra burocrazia che tutto muove e tutto paralizza. C’è poi da decidere delle dismissioni dei beni e delle partecipazioni dello Stato (cosa dismettere e a favore di chi, visti i chiari di luna del momento). E ancora: ripartire con le liberalizzazioni dopo il ko incassato dalla Corte Costituzionale che, in ossequio alla volontà popolare espressa con l’ultimo referendum sull’acqua, ha bocciato la legge sulle privatizzazioni dei servizi. Immettere, in un sistema contrassegnato dal clientelismo e dalle raccomandazioni, elementi capaci di premiare il merito. Creare un percorso virtuoso che leghi due mondi oggi agli antipodi come la scuola e il lavoro. Destinare alcuni miliardi ai cantieri per le grandi infrastrutture. Ma anche risalire la china sul piano tecnologico, mettendo a punto l’agenda digitale che dovrebbe portarci ad emergere dall’ultimo posto ricoperto ora tra i Paesi industrializzati.

Insomma, viene da chiedersi se sia possibile far tutto questo in così poco tempo e mentre piovono da un fronte all’altro le cannonate della battaglia elettorale? La risposta è no. A meno che per diverse personalità di questo esecutivo non si tratti di un addio ma solo di un arrivederci.