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Diritto di critica | August 3, 2020

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Cinema, al Festival della Laguna l'Italia resta a bocca asciutta

C’è sempre una prima volta. Non era mai successo nella lunga storia della Mostra del Cinema di Venezia che un’artista premiato ringraziasse intonando una canzone: è successo sabato alla cerimonia di chiusura della 69esima edizione del Festival, quando il regista Kim Ki-Duk, autore di culto del cinema asiatico, è salito sul palco per ritirare il Leone d’Oro per il suo film, Pietà.

Non solo, in contrasto con gli abiti da sera scintillanti e il glamour che è di casa in una cerimonia mondana del genere, si è presentato in pantofole, pantaloni ampi di rozza tela, un giaccone ampio coi bottoni di osso. E’ lo stile Kim Ki-Duk: anticapitalista convinto, artista complesso intriso di arte e pittura, nato poverissimo e che oggi vive in una capanna costruita con le sue mani, in assoluto rigore ascetico, schivo di ogni mondanità o lusso. In mezzo, una carriera artistica delle più interessanti, a partire dagli esordi nel 1996 con Crocodile, passando per L’Isola nel  2003 che lo renderà famoso proprio a Venezia, e altri capolavori come Primavera, estate, autunno… e Ferro 3, Leone d’Oro 2004.

Era tra i favoriti del Festival, Pietà: i rumors più accreditati ne presagivano la vittoria, insieme ad un altro film quotatissimo in Laguna, The Master di Paul Thomas Anderson, il film ispirato a Scientology. E a quest’ultimo infatti è andato il Leone d’Argento, oltre alla Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile alla coppia d’assi del film, Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix. La pellicola aveva già fatto parlare di sé, giudicata il colpaccio del neo-direttore della Mostra Alberto Barbera per averla portata in concorso, e per i suoi innumerevoli punti di contatto nella vicenda narrativa con Ron Hubbard, il fondatore di Scientology. Anderson, pluripremiato regista di Boogie Nights, Magnolia, Il Petroliere, si affrettò a smentire non appena le voci circolarono; ma ai ben informati di Hollywood non sarebbe sfuggito il fatto che a Tom Cruise, tra i più convinti e ferventi sostenitori della setta di Hubbard, la cosa non fosse affatto piaciuta. Al Festival il film è stato apprezzato e applaudito da critica e pubblico, soprattutto per la magistrale prova d’attori di Hoffman/Phoenix, giustamente premiati ex-aequo. Un bel riconoscimento per il regista considerato tra i più promettenti della nuova generazione americana; la colonna sonora del film è stata curata da Jonny Greenwood dei Radiohead ed è la seconda volta in un film di Paul Thomas Anderson dopo Il Petroliere.

Il Premio Speciale della Giuria è andato invece a Paradise: Faith del regista austriaco Ulrich Seidl. E proprio al momento della consegna del premio, c’è stato un’imbarazzante gaffe della giuria, che ha invertito le statuette, consegnando il Leone d’Argento a Seidl e il Premio della Giuria a Philip Seymour Hoffman (che ritirava il premio al posto del suo regista). A compiere il fattaccio, che ha creato non poco scompiglio, il presidente della giuria Michael Mann; mentre la sorridente e timida Laetizia Casta è stata la giurata che ha posto rimedio al tutto, facendo notare lo scambio involontario.

Da ricordare la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile assegnata a Hadas Yaron per Fill the Void, della regista hassidim Rama Bursthein.

Italia a bocca asciutta, invece. Grande delusione per Marco Bellocchio, la sua Bella Addormentata non ha portato a casa nulla, nonostante i sedici minuti di applausi conquistati dopo la proiezione. E’ il secondo dispiacere veneziano per Bellocchio, dopo quello del 2003 con Buongiorno, notte. Allora il presidente di giuria era Mario Monicelli, che all’amarezza del regista per il verdetto rispose spiegando che non era stato possibile convincere i giurati. Amarezza anche per un film giudicato meritevole, L’Intervallo di Leonardo Di Costanzo, presente nella sezione Orizzonti; e per E’ stato il figlio di Daniele Ciprì, che ha conquistato solo un’ Osella per la fotografia.

Una bella soddisfazione invece il premio Mastroianni per l’attore emergente a Fabrizio Falco, giovane promessa del cinema italiano, presente alla Mostra sia nel film di Ciprì che in Bella Addormentata.

Come sempre saranno i film a parlare, agli spettatori spetterà decretare il vero successo di questa o quella pellicola; intanto, come bilancio complessivo, pare sia stata un’edizione ricca di bei film, un Concorso di buon livello, un’organizzazione meritevole e attenta. Piuttosto le critiche sono piovute sin dall’inizio della Mostra per la giuria, giudicata troppo eterogenea per essere all’altezza di dare valutazioni in termini ‘cinematografici’ (oltre al presidente Mann e alla Casta, tra i giurati c’erano Marina Abramovic, Matteo Garrone, Ursula Meier, Ari Folman, Samantha Morton, Peter Ho-Sun Chan.

La bella immagine del Festival di Venezia di quest’anno rimane su tutte la consegna del Leone alla Carriera al regista Francesco Rosi, autore di pellicole importanti per il nostro cinema come Le mani sulla città, Salvatore Giuliano, Il caso Mattei. Il sorriso commosso di un Maestro, rimane l’istantanea migliore da serbare quando una Mostra si chiude. E’ il Cinema che indica la strada che per il futuro che verrà.