“Ma che ci avete formato a fare?”. E’ polemica sui mestieri che i laureati “rifiutano”
Scritto da Chiara Baldi il 12 settembre 2012 in Politica
In Italia lavoro e posti di lavoro ci sono e potrebbero essere un’ottima occasione per i numerosi laureati ancora disoccupati a 4 anni dalla laurea. È questa la conclusione a cui sono giunti in Confartigianato dopo aver svolto uno studio circa i mestieri in cui manca il personale. Secondo l’ente, infatti, ci sono migliaia di posti di lavoro manuale liberi in Italia e ben 44.700 laureati che, a quattro anni dal traguardo universitario, sono ancora a piede libero. E quindi, per Confartigianato, sarebbe auspicabile che questi laureati, in un periodo di crisi economica così grave, si rimboccassero le maniche e si mettessero, chessò, a fare i meccanici. Peccato che Confartigianato tralasci alcuni punti di fondamentale importanza.
Anzitutto, la competenza che queste mestieri richiedono. Non ci si improvvisa meccanici o antennisti o sarti da un giorno all’altro. Spesso molti di questi mestieri, ad esempio quello di estetista o parrucchiera, richiedono due anni, o tre (nel caso di voglia aprire un salone estetico proprio, e non essere alle dipendenze di qualcuno), di accademia a pagamento. Immaginiamo un laureato in filosofia che ha conseguito una laurea triennale e poi una specialistica: se si è laureato in corso, ha già pagato tasse, vitto, alloggio, trasporto, libri e quant’altro per cinque anni. L’idea che egli voglia investire altri soldi, per di più in un mestiere “di ripiego”, è fantomatica. Ed anche un po’ arrogante.
Discorso simile vale per mestieri come il fabbro, il carpentiere, l’idraulico, il meccanico: tutti lavori che, anche in questo caso, non si imparano dal giorno alla notte. Seriamente crediamo che ci sia ancora qualcuno, in questo Paese, disposto a formare professionalmente un ragazzo alle prime armi, non più diciannovenne, in stile “garzone di bottega”, che si ritrova, per congiuntura avversa e contro il proprio volere, a montare e smontare tubi, auto e forgiare ferro? Se c’è una cosa che abbiamo capito delle aziende italiane (o dei singoli lavoratori in proprio), è che nessuno fa formazione, tantomeno in tempo crisi: è per questo, anche, che il Paese non cresce e non esce dalla crisi. “Ché la formazione costa, e ora non ci sono soldi da buttare”. È per questo che abbiamo stagisti a tre mesi non retribuiti e rimpiazzati dal successivo ragazzo una volta finito lo stage. Formare un giovane è costoso, meglio, pensano nelle aziende, prenderne un altro per altri mesi e non pagarlo con la scusa che “non sa fare niente”. Che poi, che non sappia fare niente lo decidono loro, ma non è che si premurano di verificarlo.
Ma c’è anche un’altra questione spinosa che in Confartigianato hanno tralasciato. In Italia non solo i laureati in cerca di un lavoro. Siamo il Paese con il minor numero di laureati: buona parte dei nostri giovani è semplicemente diplomato, e spesso in un istituto tecnico o professionale. Questi istituti, guarda caso, hanno esattamente la mission di formare professionalmente quei giovani che poi diventeranno camerieri, cuochi, montatori di carpenteria metallica, manutentori, eccetera eccetera. Quindi, se noi mettiamo un laureato a servire ai tavoli, inneschiamo due processi che si rivelano deleteri e dannosi per l’intero Paese, oltre che per il diretto interessato: il primo è che lasciamo marcire le competenze specifiche di un laureato e il secondo che è lasciamo senza lavoro un ragazzo che invece ha una formazione professionale ritagliata esattamente su quel mestiere. Non dimentichiamo che anche per fare i camerieri, ad esempio nei ristoranti di lusso, serve comunque una qualifica che va oltre il saper portare le pizze e la selezione, in questi casi, non è così scontata.
C’è dell’altro. C’è l’aspetto psicologico da tenere in considerazione, e non è di poco conto: si sono chiesti, in Confartigianato, che ripercussioni possa avere su un giovane laureato, magari in storia, fare il falegname? Anni passati sui libri, competenze acquisite buttate via solo perché viviamo in un Paese i cui governi non solo ci hanno portato nel bel mezzo della peggior crisi capitalistica dell’ultimo secolo, ma non riescono nemmeno ad approntare un piano efficace per uscirne. Lo scarico di responsabilità che il giovane prova, insieme alla rabbia per il sentirsi sottovalutato e non apprezzato, scatena un mix micidiale che nella maggior parte dei casi porta direttamente alla depressione. E la depressione, in molti lo dicono, è il male del secolo.
L’amara verità non è il lavoro che manca: credo che nessuno dei laureati inoccupati (che è ben diverso da disoccupati, ce lo dice la legge) si lamenti del fatto che “non c’è lavoro”. Il vulnus della questione è che non c’è lo stipendio, l’equa retribuzione, per il lavoro per il quale sei stato formato. Provate ad andare in università con la vostra laurea e a proporre, alla segreteria didattica, o al vostro professore, o al direttore di dipartimento, un corso, un seminario che vorreste tenere da docente senza chiedere un euro: vi accoglieranno a braccia aperte, dicendovi addirittura che quel vostro progetto è fondamentale per il corso di laurea in questione. Ecco, ora provate a fare la stessa cosa chiedendo dei soldi, anche solo il rimborso spese minimo, per quel seminario o corso che avete organizzato: vi diranno che no, proprio non si può fare, che di soldi non ce ne sono. E la risposta è probabilmente vera, ché con tutti i tagli scellerati che hanno fatto in questi anni all’Università italiana è già tanto se non ne chiudiamo qualcuno di Ateneo. E questo discorso vale per chiunque, in ogni luogo dell’italica penisola e in ogni tempo. Non esiste, da noi, il “momentaneamente”: “momentaneamente” è lo stesso avverbio che hanno usato quando hanno detto alle migliaia di precari della scuola che “momentaneamente” non sarebbero stati assunti. Sono anni che aspettano, e ora con il Tfa, a pagamento e previa selezione, ne verranno formati ancora di più. Il “momentaneamente” in Italia non esiste, mettiamocelo in testa.
C’è chi dice: “ma da noi ci sono troppi laureati”, come se i laureati fossero quasi dei delinquenti. La gente si scandalizza per il fatto che ci siano dei laureati, quasi si indigna. Hanno mai sentito dire, questi signori, che paesi come l’India e il Brasile, ad esempio, da anni hanno attuato una politica economica che si basa interamente sulla formazione e l’istruzione universitaria? Hanno mai notato che, guarda caso, sono proprio l’India e il Brasile gli unici Paesi che non stanno soffrendo la recessione economica ma che, addirittura, trainano l’economia mondiale? Se la sono mai fatti, lorsignori, una domanda del tipo “perché se investo in formazione e istruzione guadagno invece che perdere?”. Temo di no, temo che molta gente, a fronte di quel che dice, non ha la benché minima idea della situazione reale.
Lo Stato li ha formati, ha cambiato, per farli iscrivere all’università, persino l’ordinamento accademico: prima la triennale, e poi, se vuoi, anche la specialistica. Perché, avete loro detto, “oggi servono competenze specifiche”. Invece ora scoprono che no, non servono le competenze specifiche, serve il lavoro manuale, “umile e servile”. Lo diceva l’ex Ministro Brunetta: «i giovani mandiamoli a scaricare le cassette di frutta alle cinque di mattina». Ma cosa li avete formati a fare se poi volete mandarli tutti a fare cappuccini? Volevate i loro soldi per pagare i vostri debiti? E se fosse così, per quale motivo, allora, un ragazzo italiano dovrebbe rimanere qua, mettere le sue competenze al servizio di uno Stato che di lui vuole solo i soldi senza dargli niente in cambio? Poi dicono “i cervelli in fuga”: ma davvero crediamo che se uno è “in fuga” è perché sceglie volontariamente di esserlo? Non è che, a lungo andare, ti stanchi di chiedere soldi ai tuoi, di vivere a casa con loro, di servire ai tavoli e allora “decidi” un po’ forzatamente di andare in un Paese che ti fa fare il lavoro per il quale hai studiato e per il quale sei preparato? Li chiamano “overeducated”, come se questo fosse una colpa, come a dire “sei troppo per questo Paese”, ma in realtà sono solo “educated” e vorrebbero almeno avere la possibilità di dimostrarlo.


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