Caso Fiat, non date la colpa a Marchionne
Alla base della crisi un sistema-Italia che allontana le imprese e anni di finanziamenti pubblici che hanno disincentivato l'innovazione nell'azienda torinese
Scritto da Emilio Fabio Torsello il 20 settembre 2012 in Economia
A proteggere i lavoratori della Fiat adesso ci si è messa anche la Chiesa. Ieri l’arcivescovo di Nola (Napoli), diocesi in cui cade anche lo stabilimento di Pomigliano, ha ammonito Marchionne e le istituzioni a “non giocare con la vita” degli operai. “La logica del liberismo selvaggio” perseguita “a danno dei lavoratori”. “Non devono essere – spiega la nota dell’ufficio per la Pastorale sociale e il lavoro della Diocesi – sempre e solo i lavoratori a pagare scelte che rispondono solo a logiche di un liberismo selvaggio che sacrifica le persone e le loro famiglie all’idolo del denaro e della massimizzazione del profitto”. “Questo tempo di crisi – è l’appello – sia di solidarietà e condivisione da parte di tutti. Anche dell’Azienda Fiat”.
“E’ il mercato, bellezza”. Tutto vero e più che giusto il richiamo della Chiesa che così si dimostra vicina ai lavoratori. Ma quella delle istituzioni italiane e della Curia sembra ormai una disperata rianimazione di un qualcosa che – ogni anno di più – appare come un’azienda destinata a lasciare il nostro Paese. E non perché l’uomo dal pullover sia da considerare il babau dell’imprenditoria italiana, ma perché semplicemente l’auto in Europa non fa più contare i numeri di qualche anno fa. “E’ il mercato, bellezza”. Ed ecco allora che bisogna cercare altri spazi, altre possibilità.
E al di là delle ragioni occupazionali, nel nostro Paese la Fiat è una questione anche e soprattutto politica, legata a un’azienda avvertita da cittadini e istituzioni come un qualcosa di familiare, anche in ragione delle flebo di finanziamenti pubblici incamerate nei decenni scorsi. Se la Fiat levasse le tende, insomma, per molti sarebbe uno smacco, figlia poco riconoscente verso gli sforzi dall’intera nazione. A molti, però, sfugge che se si vuole smettere di ragionare ciclicamente su come rianimare la Fiat in Italia e su come non far chiudere gli stabilimenti, l’azienda dovrà necessariamente guardare altrove. La regola è sempre quella: il mercato. Ed è di ieri la notizia che la casa di Torino ha intenzione di aprire centri dedicati ai servizi e ai ricambi in Australia, Giappone e Russia, dopo quelli già aperti in Argentina, Brasile, Cina ed Emirati Arabi Uniti. Solo così la Fiat e il modello italiano di un’auto comunque apprezzata più all’estero che non in patria, potrà sopravvivere.
Il caso polacco. Ma la questione è anche e sopratutto di convenienza. Per tacer dei sindacati, infatti, in Polonia un solo stabilimento dove sono impiegati un quarto dei dipendenti produce lo stesso numero di automobili sfornate ogni anno da ben cinque impianti Fiat in Italia. La fabbrica polacca di Tychy, con seimila addetti, produce da sola quasi 468mila vetture mentre i cinque stabilimenti italiani con 25mila dipendenti realizzano 472mila automobili in un anno. Davanti alla contrazione del mercato dell’auto, la scelta di Marchionne sembra più un qualcosa di obbligato che non un vezzo di un amministratore delegato con il pullover. A queste condizioni, si aggiunga la tegola delle benzine, che ormai hanno raggiunto quasi i due euro al litro: acquistare automobili non conviene più. E va peggio se si guardano i dati dei primi otto mesi dell’anno: Fiat ha venduto circa 600 mila pezzi in Europa (330 mila solo in Italia), circa 600 mila vetture in Sud America e un milione e 300 mila fra Stati Uniti e Canada.
E’ la crisi del sistema-Italia. Il problema, dunque, non è l’ad Fiat quanto il mercato e l’intero sistema Italia che non funziona più (da anni). Imbrigliato tra crisi economica e sindacati e infettato proprio da quegli aiuti di Stato che hanno tenuto in piedi un mastodonte lì dove – negli anni – non avrebbe potuto reggersi viziando di conseguenza anche il mercato. Ma il caso Fiat dovrebbe far scuola per tutto quel sistema dell’impresa che ogni anno di più soffre la crisi di quel sistema-Italia che non agevola l’imprenditoria: pagamenti in ritardo, eccessiva burocrazia, una giustizia lenta e l’inesorabile stretta del credito (nonostante i prestiti agevolatissimi alle banche da parte dell’Europa). E dal momento che si fa un gran parlare di spending review, tutti i tagli dovrebbero essere riconvertiti in un minore carico fiscale sulle imprese. Questi – e non i finanziamenti pubblici – sarebbero provvedimenti ben più duraturi, strutturali e concreti di quanto visto fino ad oggi. Il resto lo fa il mercato.
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