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Diritto di critica | November 28, 2020

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L'i-Phone5 e la rivoluzione impossibile

‎”Genova, corsa all’iPhone5: vince Stefano a mezzanotte e sei minuti”. C’è chi sale sui silos dell’Alcoa a protestare contro licenziamenti e provvedimenti del governo, chi a Taranto scende in strada per il blocco degli impianti, chi manifesta contro riforma del lavoro e l’eccessiva tassazione, chi si toglie la vita perché la sua azienda è ormai al collasso. E c’è chi invece “manifesta” in piedi per un’intera serata per comprare l’idolo del momento, l’i-Phone5 (con la maiuscola). Giovani, per lo più tardoadolescenti. E’ la crisi di una generazione, composta per lo più da “ignari”.

Populismo a parte, quando martedì scorso Maurizio Crozza parlava degli italiani che hanno dimenticato i forconi, in parte aveva ragione. E non si tratta di fare la rivoluzione in modo violento – che non avrebbe senso, da secoli non siamo il popolo delle rivolte – si tratta invece della capacità di ciascuno di avvertire e condividere quel senso comune di preoccupazione verso questo Paese che ancora a troppi sfugge. Si tratta di scendere in piazza e sedersi a migliaia davanti la piazza del Parlamento per gridare che no, alle balle dei politici non ci crediamo più. Ma quella italiana, da sempre, è la logica del cortiletto: se il singolo sta bene e ha le tasche piene perché dovrebbe preoccuparsi del suo vicino di casa che ha appena perso il lavoro? All’apprendere la notizia basta scuotere un po’ la testa, bofonchiando: “c’è la crisi”.

Ed è proprio a causa di questa ormai smarrita concezione di bene comune che basta un i-Phone5 nuovo di zecca per blandirci, per ammansirci, per anestetizzare le nuove generazioni e creare il nuovo appagante status symbol, per sopire proteste e farci dimenticare quella cattiva politica che sta rovinando questo Paese. O meglio: per farcela ignorare, come tanti Ponzio Pilato. E’ l’italianità che delega ad altri – che non mancano mai, poveri illusi – il compito di cambiare le cose. Perché alle urne siamo il Paese del 30% degli astenuti: si critica senza muovere un dito per cambiare le cose dall’interno. O peggio: si scappa all’estero, parlando poi male del sistema Italia. Salvo non far nulla per inciderlo e mutarlo.

Ovviamente, quella dell’i-Phone5 è una provocazione dal sapore populista. Ma vedere file di giovani che dalla mattina presto si attardano fuori dai centri commerciali per accaparrarsi l’ultimo modello del melafonino, cozza con l’immagine di un Paese preda della crisi. E un dato pare certo: gli adolescenti di oggi sono ben lontani dall’Ilva, dall’Alcoa, dalle problematiche relative alla Fiat e all’imprenditoria giovanile. Gli basta un i-Phone nuovo di zecca pagato da mamma e papà. Salvo poi scoprire – tra dieci anni – di vivere in un Paese immobile, fermo, basato sulla carta stagnola. Buone per le allodole.

Twitter@emilioftorsello

Comments

  1. è veramente assurdo. Abbiamo perso la percezione della realtà per chiuderci in un mondo di App.

  2. aifogn

  3. la faccia dice tutto, pienotto e soddisfatto!