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Diritto di critica | September 19, 2018

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Dalla Libia alla Siria, Mediterraneo nel caos

Dalla Libia alla Siria, Mediterraneo nel caos

Nella primavera 2011, l’operazione Unified Protector della Nato ha aperto la strada alla destituzione e uccisione di Muammar Gheddafi: un cambio di regime importante, minato però dalle contraddizioni tribali del paese africano. Dopo due tentativi falliti, cade il primo governo “democratico” uscito dalle urne, perché “non rappresentativo”. Una tempesta speculare al tracollo del regime siriano, ormai passato dalla guerra civile alla guerra internazionale. Contro Ankara.

Il primo governo uscito dalle urne democratiche di Tripoli non ha retto al voto di fiducia dell’Assemblea. Per due volte. Il 12 settembre, le prime elezioni libere dopo Gheddafi avevano confermato il premier Mustafa Abushagur, già leader del governo di transizione da novembre 2011. Ma l’appoggio politico era crollato con la presentazione dei ministri da parte del premier: giovedì la lista di 29 esponenti politici presentata da Abushagur è stata rifiutata dall’Assemblea generale della Libia. Nessuno dei ministri proposti faceva parte della maggioranza votata alle urne, la coalizione liberale. Non è bastato il ricorso in extremis di ieri: i 10 ministri “minimi”, scelti in condizioni di emergenza a prescindere dalla provenienza geografica o politica, sono stati sfiduciati da 74 deputati su 125. Le dimissioni di Abushagur sono state inevitabili.

La caduta del governo Abushagur, a meno di un mese dalle prime elezioni libere, dimostrano che il rapporto tra vertici della rivoluzione e base politica è debolissimo. Le divisioni territoriali ed etniche della Libia rimangono fortissime: i gruppi che hanno consentito al CNT di entrare a Tripoli non vogliono ora rimanere fuori dal Governo centrale, come già era successo con Gheddafi. Un problema di poltrone che può lasciare in stallo il paese più caldo della costa nordafricana, ancora attraversato da flussi migratori imponenti e sommerso da una crisi economica gravissima.

Sull’altra sponda del Mediterraneo, in Siria, la politica lascia parlare i cannoni. Da mercoledì Damasco spara colpi di mortaio – come avvertimento? come minaccia? – oltre il confine turco: e dalla stessa data l’esercito turco risponde con i cannoni, colpo su colpo. Per ora non si segnalano vittime, ma il gioco di minacce potrebbe presto degenerare. Entrambi i governi hanno deciso di gonfiare i muscoli per autolegittimarsi: Assad afferma di rispondere alle infiltrazioni di militari turchi tra le file dei rivoltosi del Cnl, Erdogan risponde contro il “massacratore della propria gente”. Forse è solo questione di tempo, mentre nè l’Europa nè l’America sembrano intenzionate ad interessarsene veramente, nel silenzio di Russia e Cina.

  • barbara 78r

    cosa significa che Erdogan ha bisogno di autolegittimarsi? Non ne ha bisogno visto che è stato democraticamente eletto daL POPOLO TURCO. Come non si segnalano vittime??! Ce ne sono state 5 da parte turca. Informatevi meglio!

  • Angelo

    Ma tu sei proprio sicuro che Assad abbia veramente iniziato a sparare sulla Turchia? Visto che ha dei mercenari che gli stanno creando problemi all’interno, lui cosa fa? Per divertirsi comincia una guerra con la Turchia… Facile no? Ma il famoso “cui prodest” è per caso diventato una parolaccia?
    A meno che la disinformazione della Nato e compagni di merende vari, non sia diventato il nostro vangelo.