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Diritto di critica | October 17, 2019

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Lavoro e carcere, i luoghi 'sicuri' dove si muore

Lavoro e carcere, i luoghi ‘sicuri’ dove si muore

Sul lavoro e sulle carceri la sicurezza è legge, più volte rielaborata e votata. Eppure si muore molto, molto facilmente. Dall’Osservatorio indipendente di Bologna e da Ristretti Orizzonti, una panoramica statistica sulle morti sconosciute del nostro Paese. Ricordando però che non sono numeri, ma persone: e che non serve commozione e fiori, ma consapevolezza e senso umano per fronteggiarle.

Lavoro. Non si muore solo all’Ilva di Taranto per polveri sottili. L’Osservatorio di Bologna, da gennaio 2012 ha contato 93o lavoratori deceduti per l’impiego: sul luogo di lavoro, in viaggio per raggiungerlo, su strada. Sono storie diverse eppure comuni: la morte di un’autista di ambulanza coinvolto in un incidente, le vittime del terremoto in Emilia sotto le macerie dei capannoni, gli operai precipitati da tetti e tralicci, gli agricoltori anziani schiacciati dai trattori. Il filo comune è che vengono dimenticate, troppo velocemente e troppo facilmente. E le regole sulla sicurezza restano ferme, e spesso cancellate dalle necessità del subappalto.

Carcere. Qui, i numeri diventano ancor più scottanti, la retorica offusca i nomi. Come scrive Ristretti Orizzonti nel suo Dossier “Morire di Carcere”, sono 2.056 i detenuti morti nelle carceri italiane nel periodo 2000-2012. Solo quest’anno, ne sono morti 123. 736, un terzo del totale, sono i suicidi. Che a volte nascondono casi sospetti (30 misteri irrisolti in dieci anni). La situazione penitenziaria italiana è gravata da una sovrappopolazione massiccia, che porta alcuni istituti a concentrare 6 detenuti in celle da 6 metri quadrati, a ridurre l’ora d’aria ad una uscita settimanale o a cancellare i programmi rieducativi/occupazionali.

L’indulto ha solo attenuato il problema, svuotando qualche cella: è l’intera società, sottolinea il rapporto di Ristretti Orizzonti, a chiedere il carcere per ogni reato. Un senso comune distorto finisce per trasformare le pene detentive in marchi dell’infamia senza possibilità di redenzione – condizione percepita dai detenuti, e sfogata a volte nella rabbia della reiterazione e a volte nel suicidio.

Eppure sarebbe semplice da capire: per il carcerato, la guerra è terminata e bisogna ricostruire una qualche occasione di riscatto per chi era un nemico ed ha smesso di esserlo. Ma anche l’informazione, e i giornalisti come chi scrive, hanno le loro colpe. Calcola il dossier che su due detenuti morti, uno passa inosservato, mentre l’altro viene ridotto a numero da statistiche. O chi è colpevole non ha diritto nemmeno al nome (perché resta per sempre un nemico), oppure è più facile trattarlo come oggetto contabile per non doversi interrogare su noi stessi.

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