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Diritto di critica | October 31, 2020

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Obama vince sulle politica estera, ma si giocherà la rielezione sull'economia

di Martina Albertazzi

NEW YORK – Terzo dibattito per Barack Obama e Mitt Romney. L’ultimo confronto televisivo prima del 6 novembre, è stato riservato come da tradizione alla politica estera, un tema che mai come in queste elezioni ha poca presa sull’elettorato americano, concentrato invece sulla crisi economica. Negli studi della Lynn University di Boca Raton, in Florida, i due candidati sono stati presentati ed interrogati dallo storico giornalista della Cbs, Bob Schieffer, su temi come la Libia, la concorrenza economica con la Cina, le Primavere Arabe, l’amicizia con Israele, il nucleare iraniano e l’emergenza umanitaria in Siria, con qualche accenno, seppur vago, alle relazioni con il Pakistan e alle cellule terroristiche in Mali. Tra i grandi assenti sicuramente l’Europa, i due rivali infatti non hanno mai neanche accennato alla crisi economica nel vecchio continente. Nessuna domanda e nessun intervento inoltre, sulle posizioni che ciascuna amministrazione adotterebbe riguardo al riscaldamento globale.

Obama all’attacco. Un’ora e mezza di botta e risposta, in cui il presidente si è imposto con l’atteggiamento di chi era deciso a portare a casa una vittoria, sottolineando a più riprese di essere il Comandante in Capo di fronte a un avversario calmo, cauto nelle risposte, più moderato rispetto alle posizioni degli ultimi mesi, che più di una volta ha ammesso di trovarsi d’accordo con alcune politiche dall’amministrazione Obama, come l’uccisione di Bin Laden, il ritiro delle truppe dall’Afganistan e l’uso di droni per gli interventi militari. Ed è stato Romney a nominare più volte la parola “pace” nei novanta minuti di confronto, concludendo con un messaggio quasi più adatto a un candidato democratico: “Sono ottimista per il futuro, voglio la pace”. Il presidente americano, invece, ha attaccato da subito il candidato repubblicano accusandolo prima di voler riportare l’America all’era Bush, poi  di presentare un piano troppo vago e inefficace su questioni fondamentali, specialmente in Medio Oriente.  Romney da parte sua ha risposto denunciando una sempre minor influenza degli Stati Uniti nel resto del mondo, accusando Obama di aver effettuato un “apology tour”, un viaggio di scuse nella regione. “Presidente, lei ha più volte affermato che gli Stati Uniti si sono imposti in quei territori. Noi non ci siamo imposti, li abbiamo liberati”. Ma Obama non si è fatto trovare impreparato: “In Israele sono andato a Yad Vashem, il museo dell’Olocausto, e a portare la mia solidarietà a quelle famiglie colpite dai missili palestinesi, non ho organizzato cene di raccolta fondi come lei, governatore”. E proprio l’amicizia con Israele è stato un punto ribadito ad oltranza da entrambe le parti, che quasi con le stesse parole hanno confermato un intervento incondizionato in caso di attacco da parte dell’Iran. Davanti alla domanda del mediatore sulle indiscrezioni pubblicate domenica scorsa dal Nyt, riguardo a un dialogo con Ahmadinejad dopo l’Election Day, Obama ha negato con fermezza.

Più attenzione alle questioni interne. Continui i rimandi ad argomenti interni, dalla disoccupazione, al bilancio, all’educazione, a dimostrare che queste sono elezioni economiche e che la politica interna è il vero campo di battaglia tra i due politici. “Dobbiamo migliorare il sistema scolastico, solo così riusciremo ad accrescere la nostra influenza all’estero”, ha ribadito Obama. Subito dopo, il presidente ha tentato con successo, di mettere in ridicolo l’avversario, parlando di finanziamenti alle forze armate, con una battuta che in pochi minuti ha fatto il giro della rete: “Credo che Romney non abbia studiato bene come funzionano le nostre forze armate. Ha parlato della marina e ha detto che abbiamo meno navi che nel 1917. Governatore, abbiamo anche meno baionette e meno cavalli”.

Romney sale negli Stati decisivi. Per i sondaggi televisivi, usciti poco dopo la fine del dibattito, comunque, Obama è il vincitore, 48 a 40 per la Cnn e 53 a 23 secondo i calcoli della Cbs. Una vittoria che, tuttavia, non incide poi molto su quello che sarà il risultato dell’Election Day. Secondo i recenti sondaggi, infatti, il candidato repubblicano sta risalendo in alcuni stati chiave, primo fra tutti l’Ohio. Abbandonati i discorsi di politica estera, per la quale in verità c’è stato poco spazio durante tutta la campagna elettorale, ora i candidati tornano in campo per giocarsi gli ultimi giorni di duello politico e per convincere gli americani ancora indecisi, che i prossimi quattro anni saranno  migliori di quelli appena trascorsi.