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Diritto di critica | April 6, 2020

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Parentopoli made in China, il Partito Comunista travolto dallo scandalo - Diritto di critica

Una vera bomba mediatica è esplosa sul premier cinese Wen Jiabao e rischia di travolgere tutto il Partito Comunista del gigante asiatico. A lanciare l’ordigno il New York Times, che ha pubblicato alla fine di ottobre una lunghissima inchiesta sui possedimenti finanziari dei parenti più stretti del Primo ministro: un patrimonio valutato in 2,7 miliardi di dollari (tra investimenti e aziende, alcune off-shore) e accumulato proprio a partire dall’ascesa in politica di Jiabao. Il sospetto è che abbia giocato un ruolo cruciale l’influenza del premier nell’economia e nelle imprese cinesi, ancora fortemente regolamentate dal governo centrale. Un brutto colpo all’immagine del leader, da sempre paladino dell’anticorruzione e il cui secondo mandato scadrà nel marzo del 2013. Tra sole due settimane, inoltre, avrà luogo un evento cruciale come il Congresso nazionale del Partito Comunista, nel quale verrà presentata una nuova generazione di leaders politici.

Un dedalo di traffici La ricerca del Ny Times ha svelato una rete complessa di attività e azioni societarie manovrate a partire dal 2004 da madre, moglie, figli, fratello, cognati e cugini di Jiabao, in settori chiave come il commercio di pietre preziose, le telecomunicazioni, e ancora banche, resort di lusso, edilizia e grandi infrastrutture (stadi e villaggi olimpici compresi). Tutto rigorosamente velato da prestanome o società affiliate, ad alimentare l’aura di ambiguità che circonda la ricchezza di chi è al potere. La moglie del premier, Zhang Beili, è per esempio a capo delle principali aziende per la lavorazione e il commercio di diamanti e pietre preziose, ora privatizzate; la “Queen of Diamonds”, come viene chiamata dagli addetti ai lavori, ha fatto negli anni varie acquisizioni, inserendo peraltro ai piani alti anche il fratello e il cognato. E salta subito all’occhio la storia della madre di Jiabao, la novantenne Yang Zhiyun, passata in pochi anni (dal 1998, proprio il periodo dell’ascesa politica del figlio) da un patrimonio modesto a poter permettersi di investire più di 120 milioni di dollari in azioni della Ping An, una delle più grandi compagnie assicurative della Cina. L’unico figlio maschio del Primo ministro, invece, ex studente di tecnologia industriale, ha aperto anni fa un’impresa finanziata da associazioni e cooperative riconducibili alla madre e a colleghi di lei, ha stretto accordi economici con il colosso telefonico China Mobile e ha rivenduto per 10 milioni di dollari una delle sue start up alla famiglia dell’uomo più ricco di Hong Kong, Li Ka-Shing. La ragnatela è fitta, e si potrebbe continuare per ore.

La difesa Gli avvocati del premier, come riferisce il South China Morning Post, hanno respinto tutte le accuse minacciando di aprire un contenzioso legale. Per dimostrare la sua buona fede, inoltre, lo stesso Jiabao ha autorizzato un’inchiesta interna del Partito Comunista (Pcc) per risalire alle origini del patrimonio di famiglia. Le autorità cinesi, in ogni caso, hanno di fatto censurato l’indagine del quotidiano più importante d’America, bloccando l’accesso al sito Internet del giornale, ed impedendo di arrivare all’argomento attraverso parole chiave o social network come Sina Weibo, il corrispondente cinese di Twitter. Il provvedimento non è nuovo, il silenzio cala ogni volta sopra qualsiasi sospetto: quando Bloomberg News aveva rivelato le attività finanziarie della famiglia del vice Presidente Xi Jinping, per esempio, la pagina del service era stata rapidamente oscurata, e il sito bloccato in tutta la Cina.