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Diritto di critica | September 18, 2020

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Essere precari, due generazioni a confronto

Essere precari, due generazioni a confronto

Due scrivanie vicine nello stesso ufficio. Due passati lavorativi diversi e un presente da precarie condiviso. Sono Ester e Daria rispettivamente di 28 e 46 anni, entrambe assunte nella stessa società dopo lunghi periodi passati senza stipendio.

Generazione co.co.co. Per Ester è la prima occupazione. Il suo contratto, il classico co.co.pro., è stato rinnovato già quattro volte nonostante lavori da soli otto mesi. I suoi studi non le servono per ciò che fa. Le funzioni che svolge non sono paragonabili neanche a quelle di una segreteria. Per lei però, c’è la necessità di fare esperienza lavorativa. Di scrivere sul curriculum una frase in più dietro alla quale c’è tanta fatica e anche qualche lacrima.

Cinquant’anni e ricominciare. Daria lavora da vent’anni. È sempre stata assunta con contratti a tempo indeterminato e ottimi stipendi. Tutto questo fino a quando l’azienda per cui lavorava è fallita. Mesi passati senza essere pagata per poi essere licenziata insieme a tutti i suoi colleghi. Come riuscire a pagare l’affitto e le bollette erano sicuramente i problemi che non la facevano dormire la notte. Poi un colloquio e la proposta di assunzione con contratto a prestazione occasionale. E proprio il fatto di avere una casa da mandare avanti ha convinto il capo ad aumentarle lo stipendio fino a mille euro. Per Ester invece nessuna possibilità di contrattazione non avendo lei una famiglia perché vive ancora a casa con i suoi.

La fortuna di lavorare. I cammini di Ester e Daria si sono incrociati di fronte alla comune necessità di lavorare. Senza pause pranzo e con un capo che non ha né l’esperienza lavorativa di una né la preparazione accademica dell’altra, vanno avanti perché devono portare uno stipendio a casa. Nonostante le difficoltà e i sacrifici, entrambe si ritengono fortunate. “Ho tante amiche e colleghe dell’Università che ancora non sono riuscite a fare il loro ingresso nel mercato del lavoro, nonostante i tanti titoli di studio collezionati”, spiega Ester. “Ho visto colleghi disperati costretti a 50 anni a rimettersi in gioco, a ricominciare da capo, a sentirsi dire di no perché troppo anziani,  a vivere con la paura di non riuscire a garantire il possibile ai propri figli”, racconta Daria.

Età ed esperienze diverse ma ora Ester e Daria vivono lo stesso presente sebbene avessero entrambe sperato in un futuro diverso. Generazioni a confronto che mostrano come i contratti a progetto, che qualche anno fa erano l’eccezione, ora sono la regola. Se pagare era un dovere ora è una discrezione. Se guadagnare 700-800 euro era una miseria ora è quasi una fortuna perché lavorare non è una possibilità che hanno tutti.

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Comments

  1. Snake

    28 45 anni…. e chi ha 35 anni e non trova lavoro come la mettiamo? si va a chieder aiuto alla camorra per un lavoro? si va a chiedere aiuto alla N’drangheta? molte mani pulite, le avete armate voi meschini bastardi massoni voi e la vostra società malata e creata a vostra immagine e somiglianza..tutta basata sulla materialità. Siete dei falliti nell’animo e comandare in questa esistenza terrena non vi renderà liberi nella prossima dimensione..

  2. Michele

    Tre esperienze per indicare che le cose non sono sempre come indicate nell’articolo.
    Sorella diplomata che lavora a tempo indeterminato dopo un anno circa di precariato.
    Cognato nemmeno diplomato che da qualche anno lavora in area commerciale a tempo indeterminato, mutuo trentennale sulle spalle compreso.
    Amico con terza media che lavora come operaio tecnico specializzato per media azienda facendosi il mazzo in giro per mezza Italia spesato e con auto aziendale.
    Conoscente con dottorato ricercatore, assunto a tempo indeterminato presso un importante ente nazionale nel suo settore di specializzazione.
    Conoscente ingegnere informatico assunto come risk manager da importante gruppo bancario dopo un anno di determinato.
    E ce ne sono migliaia di casi simili.