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Diritto di critica | September 19, 2020

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Donne in rivolta, l'Arabia Saudita teme una nuova Primavera

Anche l’Arabia Saudita trema. Il Gran Mufti, Sheikh Abdul Aziz al-Asheikh, ha emesso una fatwa nella quale proibisce ai sauditi di parlare con i media stranieri in quanto responsabili di seminare il caos nelle terre islamiche.

Il timore di una nuova primavera arabo-saudita. Secondo Al-Sheikh i cittadini del Regno devono fare attenzione a non divulgare i segreti di stato in quanto i media perseguono la strategia della divisione in modo da minare l’unità del paese. Un segnale chiaro ed evidente che dimostra come i reali sauditi iniziano seriamente a temere che la Primavera Araba colpisca anche il loro establishment. Non è un caso che re Abdullah, in seguito alle rivolte in Egitto e Tunisia, abbia investito milioni di dollari per incrementare sicurezza e intelligence interna, nonché l’attività delle istituzioni religiose del paese, pilastri fondamentali del regime. Secondo Amnesty International, inoltre, il governo avrebbe emanato alcune leggi “anti-terrorismo” volte a colpire i dissidenti, con detenzioni prive di processo che partirebbero da un minimo di 10 anni.

La democrazia che non c’è. L’Arabia Saudita è un paese ben lontano dai principi democratici tanto auspicati dall’Occidente suo alleato, con la stragrande maggioranza delle posizioni chiave istituzionali occupate dai membri della famiglia reale; un paese dove giornali web e televisioni sono rigorosamente sotto il controllo del regime.

Divieti al “femminile”. Disastrosa è poi la condizione della donna alla quale, tra le varie cose, è proibito guidare ed uscire dal paese se non accompagnata da un uomo della propria famiglia. La donna ha inoltre bisogno dell’autorizzazione di un parente uomo per poter lavorare, studiare o sposarsi. Lo scorso anno re Abdallah, in un evidente tentativo di tenere buona la popolazione femminile, revocò la sentenza che condannava una donna a dieci frustate per aver guidato l’auto e autorizzò le donne a partecipare alle elezioni del consiglio del 2015, elezioni farsa in quanto solo la metà dei seggi sono eleggibili e in ogni caso i consiglieri non hanno alcun reale potere. In aggiunta alcune fonti affermano che il governo avrebbe emesso una nuova regolamentazione che proibisce agli elettori di votare per una donna. Inoltre la donna ha in ogni caso bisogno dell’autorizzazione del marito o di un parente uomo per poter partecipare alle elezioni.

La protesta delle donne. Nel frattempo un’attivista saudita per i diritti delle donne ha fatto causa al Ministero dell’Interno a causa del divieto di guida, si tratterebbe della terza donna nel 2012 che avrebbe intrapreso azioni legali contro tale divieto. Non si tratta del primo caso di protesta da parte delle donne in quanto già nel 1990 vi fu una manifestazione che portò all’arresto di 47 donne.

I timori del regime. È dunque molto probabile che la reale preoccupazione del Gran Mufti e dei reali sauditi non sia tanto quella del potenziale caos perpetrato dai media stranieri nelle terre islamiche quanto piuttosto negli affari interni di un regime che inizia a traballare e che teme di fare la stessa fine di quello egiziano e tunisino, entrambi sostenuti proprio da Riyadh fino all’ultimo e non è un caso che Ben Alì sia fuggito proprio in Arabia Saudita.

Televisione, giornali ed internet sono strumenti pericolosissimi per un regime e questo lo sanno bene i Saud, i quali ancora una volta utilizzano la religione per scopi di controllo sociale  facendo diventare haram, ovvero illecito, persino il rapporto con i media.