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Diritto di critica | August 13, 2020

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Gaza sotto attacco, anche la Cisgiordania pronta ad esplodere - Diritto di critica

L’attacco via terra è già pronto, Tsahal prepara 75 mila uomini: già infiltrate unità speciali per preparare l’incursione dei carri armati, secondo quanto risulta a Diritto di Critica da contatti vicini all’intelligence israeliana. L’ordine è occupare, controllare, ripulire. Netanyahu vorrebbe un raid rapido e chirugico, ma si profila un nuovo massacro. Dal lato palestinese, la Cisgiordania rischia di esplodere in una rivolta incontrollata: Fatah reagisce lentamente e male, censurate le manifestazioni di piazza a Nablus, Betlemme, Jenin e Ramallah. 

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Obama ha detto quel che ci si aspettava: appoggio ad Israele, ma non esagerate con la repressione. Più interessante il comunicato delle parole di Shimon Peres, presidente israeliano, al collega americano: “non vogliamo attizzare il fuoco”. 

Eppure 16mila uomini della fanteria di Tsahal sono già schierati ai confini della striscia di Gaza. Secondo informazioni che Diritto di Critica ha raccolto da fonti israeliane vicine all’esercito, le unità speciali di Tsahal sarebbero già penetrate nella Striscia da almeno due giorni, per preparare la strada ai carri armati ed evitare imboscate. Altri 14mila sono in attesa in caserma, con un tempo di mobilitazione inferiore alle 2 ore, e 45mila sono in stato di allerta: possono arrivare sul campo in 12, massimo 18 ore. In totale, 75mila soldati, che tra poche ore potrebbero superare il Muro ed entrare nei 440 kmq della Striscia. La missione è chiara: occupare, controllare, ripulire. Ma l’applicazione non lo è affatto. I soldati israeliani si troveranno di fronte cecchini delle Brigate e famiglie in fuga, kamikaze con Rpg anticarro e bambini nascosti e spaventati. Che distinzione si farà sui civili? 

Lo spettro dell’Operazione Piombo Fuso di 4 anni fa si allunga. Anche allora si parlò di “guerra chirurgica”, di intelligence avanzatissima, di sms per “avvisare la popolazione”. Finì con 2 settimane di massacro: 1400 morti da parte palestinese, 13 da parte israeliana. Partì subito dopo l’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, l’escalation durò 2 mesi e l’intervento a terra 15 giorni. Il risultato della “guerra elettorale” di Ehud Olmert fu disastroso: il suo partito, guidato da Tzipi Livni, perse al voto di febbraio contro l’oppositore Netanyahu.

Oggi, lo stesso Bibi tenta la carta militare: deve rassicurare i coloni e ridurre efficacemente i lanci di razzi, che hanno ripreso a far vittime (4 civili israeliani uccisi ieri a Kiryat Malachi, sotto razzi artigianali palestinesi). Per farlo, vuol tentare il “deterrente” militare nell’unico momento possibile. Già tra pochi giorni la mediatrice Hillary Clinton potrebbe essere sostituita dal filopalestinese John Kerry, a Washington. Il tempo stringe.

Né Tel Aviv può permettersi un’occupazione prolungata, come paventano i generali di Tsahal (“pronti a 7 settimane di guerra”). Il numero di vittime, sia tra i civili palestinesi che tra i militari, diverrebbe ingestibile. Significherebbe la sconfitta elettorale per Netanyahu (il voto è in previsione il 22 gennaio), proprio come nel 2008.

Il pericolo non è solo nella Striscia. L’Anp non riesce a controllare le proteste di piazza dei palestinesi in Cisgiordania, nelle città di Jenin, Betlemme, Nablus, Ramallah: censurate sui media, ma indomabili su twitter. Appare povera cosa il comunicato televisivo di Mahmoud Abbas, un richiamo alla riconciliazione di tutti i palestinesi per un futuro di pace. Manca forse la reattività politica necessaria, a Ramallah, per sfilare la Striscia dalle mani (decapitate) di Hamas. Di certo, nelle città della Palestina Occupata l’aria è incandescente, le proteste di piazza sempre più violente. E l’Anp non riesce a contenerlo, perché (forse) non ha più un’alternativa di trattativa da contrapporre alla violenza. Di tutte e due le parti.