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Diritto di critica | September 25, 2020

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Tregua a Gaza, anche Hamas sa fare la pace?

Prima notte tranquilla a Gaza, dopo 8 giorni di bombardamenti e morte. Dalle 20 di ieri è in vigore la tregua, rispettata dai cannoni israeliani e dai razzi Qassam di Hamas. Grazie a Morsi (e non alla pur brava Hillary Clinton), le armi tacciono. Ora bisogna vedere se reggerà, questo delicato silenzio: già da stasera potrebbero riaprirsi gli accesi alla Striscia per l’ingresso di viveri e medicine. D’altronde, sia Israele che Hamas hanno ‘vinto’, sulla pelle dei civili.

La tregua. Annunciata nel pomeriggio, è divenuta operativa dalle 20 ora italiana. E subito nella Striscia sono iniziati i festeggiamenti. Dopo otto giorni di esplosioni, crolli e urla di feriti, Gaza City si è riempita di colpi di clacson e fuochi d’artificio, gente in strada e abbracci in piazza. Certo, dietro ogni congratulazione c’è lo sguardo incerto di chi ha paura: durerà la tregua? o torneranno a piovere bombe? Dubbio legittimo, a cui nessuno sa rispondere. Gli elementi per un cauto ottimismo ci sono: Hamas ha guadagnato molto (e perso poco, va detto) dalla crisi. Israele (o almeno il Governo Netanyahu) anche.

Hamas, tre colpi in uno. Il movimento islamista è tornato popolare nella Striscia e fuori. Da due anni perdeva consensi, i palestinesi lo percepivano sempre più come un regime tirannico: la Primavera Araba, nella Striscia, è stata dispersa a manganellate dagli uomini di Hamas, non dimentichiamolo. L’attacco esterno ha rinsaldato intorno alla leadership ‘verde’ i palestinesi della Striscia. E non solo loro: nella West Bank, da Ramallah a Nablus, decine di manifestazioni anche violente si sono scatenate contro l’Autorità palestinese (oltre che contro Israele).

Il presidente Mahmoud Abbas è apparso tiepido e inutile, come inutile è apparsa infine la strategia politica di Ramallah: tentare la liberazione della Palestina attraverso l’ammissione alle Nazioni Unite come membro non votante. “Sul terreno non cambierebbe niente, anzi, l’embargo economico minacciato da Tel Aviv ci strangolerebbe”, commenta Bassem Zubeidi, professore di scienze politiche alla Birzeit University di Ramallah. Hamas, inoltre, ha ottenuto il riconoscimento internazionale. Martedì, al culmine della crisi, 10 ministri degli esteri di altrettanti Paesi hanno fatto visita a Rafah: il ministro degli esteri turco Davutoglu ha visitato Gaza City, reso omaggio alle vittime e condannato duramente l’attacco israeliano. E proprio la Turchia di Erdogan ha mediato, insieme all’Egitto, per la riuscita della tregua.

Netanyahu vince col sangue. Il governo Netanyahu ha ottenuto quel che voleva. I 1500 colpi sparati su Gaza hanno restituito ai coloni israeliani l‘immagine di un potere forte, un esercito efficiente e una capacità di vendetta (se non di sicurezza) intatto. Le bombe hanno colpito edifici-simbolo nella Striscia (come la Banca Islamica e le sedi “istituzionali” di Hamas), hanno fatto abbastanza morti da placare i fautori della decimazione (circa 150 morti palestinesi, contro le 5 vittime israeliane), gli omicidi mirati sono stati debitamente pubblicizzati come efficaci. E naturalmente, la guerra è finita presto. Non c’è stato il tempo, per gli israeliani, di cambiare idea sulla necessità dell’attacco. Le elezioni di gennaio sono assicurate, i ringraziamenti di Washington anche.

Potrebbe sembrare un capolavoro di Hillary Clinton, instancabile Segretario di Stato di Obama: il suo tour de force tra Ramallah, Tel Aviv e Il Cairo ha portato in 2 giorni alla tregua, annunciata proprio nella Capitale egiziana. In realtà, è l’Egitto di Morsi ad accreditarsi come artefice del “cessate il fuoco”. L’incognita vera era la collaborazione di Hamas e lo stop al lancio dei missili. E questa è arrivata grazie alla mediazione di Morsi, molto più efficace di Mubarak nel rassicurare Khaled Meshaal e il braccio politico di Hamas. Ora staremo a vedere gli sviluppi futuri, per il momento il massacro è sospeso. 

Comments

  1. barbara 78r

    Quindi è lecito pensare che hamas ha provocato questa carneficina per tornare ad essere popolare, per riavere consensi…