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Diritto di critica | October 14, 2019

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L'ultima Thule di Guccini, la recensione - Diritto di critica

L’ultima Thule di Guccini, la recensione

di Bonifacio Liris

Finalmente è arrivata! L’ultima opera di Francesco Guccini, il Maestrone, registrata a Pàvana, il paese delle radici, sull’appennino tosco-emiliano, in una location particolare, il “Mulino del Chicòn”, il mulino dei nonni, per intessere affreschi che sanno di sudore, farina, di pane, di vino.

E torna con un’alchimia di parole e musica che riesce a disegnare ancora una volta il senso del reale, il reale che non è fatto solo di presente, ma come ogni “presente”, è fatto soprattutto di passato. Un reale che non è più solo il circostante, ma che diventa, col passare degli anni, sempre più il groviglio di emozioni che viaggiano dentro.

Intimista quindi? Sì. Che non è una parolaccia, come vorrebbe la spocchia fintamente impegnata di rivoluzionari a ore e da salotto, ma è lo sguardo profondo sull’esistenza, uno sguardo che parte dal sé profondo, con scazzi, lazzi e sollazzi, fino a vivisezionare, con quella lente puramente soggettiva, anche la storia di ognuno e poi di tutti.

Questa è la “medesimezza umana” di gramsciana memoria, che fa sì che uno sguardo profondo sulla propria esistenza riesca ad essere lo sguardo sull’esistenza di tutti. E tutti quelli che, come chi scrive, amano profondamente quel corpaccio e quella voce e quelle idee che abitano la sua mente, si sentono stanati nel profondo, nelle pieghe più ascose del loro universo interiore, e forse hanno un’occasione in più di migliorarsi e spurgarsi dall’oscuro che inevitabilmente ci abita.

Si parte da “Canzone di notte n. 4”, un omaggio, dal sapore tutto pavanese, a quella parte del giorno che segue il vespero e spinge al bilancio della giornata e della vita, quando si spengono le luci e si accendono le domande sul passato e il senso di quello che è stato, lasciando solo interrogativi aperti.

L’ultima volta”, dove il tempo che passa trasforma in miele il fiele dei tempi andati coi loro rimpianti, i loro profumi, i loro odori.

Su in collina”, un pezzo gelido e graffiante di storia partigiana, amicizia e morte, in cui spicca il Guccini “politico”, ma nel senso lato e genuino del termine, una risposta poetica all’onda revisionista e mistificante degli ultimi anni.

In “Quel giorno d’Aprile” un’Italia antropomorfizzata canta e balla nel giorno della Liberazione e fa da sfondo alla storia di chi la abita e riparte piano piano e “ricuce” la vita.

Il testamento di un pagliaccio” è la morte di un clown, che rappresenta tutti quelli che si sono illusi e si illudono ancora di veder cambiata la nostra Italia e rischiano di morire “intossicati” di sogni di democrazia, e che trova al suo funerale, come una beffa, il carosello di personaggi che hanno puntellato l’italietta ammalata di berlusconismo.

In “Notti”, ancora le notti come protagoniste di una ballata dolcissima.

Gli artisti” ci narra il mondo di chi nasce “normale”, si imbatte nella vocazione della creatività e rischia di imporsela per tutta la vita, godendo della sua artificiale diversità.

 “L’ultima Thule” è la canzone che dà il titolo all’album, che, al di là del mito nordico di questa terra estrema, è la metafora della vita e tutte le sue passioni che arriveranno a spegnersi là, nel ghiaccio della Fine, del freddo dell’oblio. E qui sembra di leggere quasi un testamento, ma la musica è incalzante e non lascia troppo campo alla malinconia, quanto piuttosto alla fierezza della propria esistenza, delle proprie battaglie quotidiane, tanto che non importa più interrogarsi sui risultati, perché quello che conta è aver Vissuto “interamente”.

Queste le sensazioni di un primo ascolto. E ora un modesto invito a procurarvi il disco e ad abbandonarvi all’ascolto e al viaggio in questa che forse sarà l’ultima opera di Francesco Guccini, una pietra miliare della canzone d’autore italiana, uno degli ultimi baluardi della cultura di questo paese sempre più alla deriva.

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