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Diritto di critica | October 21, 2020

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Berlusconi e l'illusione del capobranco, ecco perché il Cav non fa davvero paura

L’ANALISI – Quella di Berlusconi è una pistola ormai scarica, con la cartuccera vuota. E lo si è capito ieri quando durante l’ormai consueta conferenza stampa di presentazione del libro di Bruno Vespa, l’impressione è stata che si stesse assistendo all’ultimo ruggito del leone ferito. Un leone lontano dall’oggettiva valutazione della realtà dei fatti, che parla come se fosse ancora il capobranco.

Il ricatto a Piemonte e Veneto. Oltre ai soliti attacchi alla magistratura “politicizzata”, vero e proprio “cancro”, infatti, per convincere la Lega a sostenerlo nelle elezioni nazionali ha sbandierato la minaccia di far cadere le amministrazioni a guida leghista nelle regioni di Piemonte e Veneto, amministrate rispettivamente da Cota e Zaia. Tanto che dal Veneto – ai microfoni di Radio24 – quasi ci ridono su: ”Quello che dice Berlusconi è un ricatto vero e proprio – ha spiegato Federico Caner, vicesegretario Lega Nord e capogruppo leghista nel consiglio regionale Veneto – Non abbiamo paura ad andare a elezioni in Veneto e Zaia vincerebbe a piene mani. I miei colleghi del Pdl non sono così stolti non farebbero mai una cosa del genere. Non lo farebbero neanche sotto indicazioni di Berlusconi”.

Il Pdl che non c’è. La pistola di Silvio, dunque, pare scarica. E non soltanto per le percentuali sulle stime di voto del Pdl, scavalcato ormai anche dal Movimento del comico genovese – che proprio ieri ha espulso Favia e Salsi – ma anche e soprattutto perché alle sue spalle manca la struttura del partito. Se infatti è vero che dopo l’annuncio sulla morte delle primarie tutti i riottosi sono tornati silenziosamente in fila, il Pdl è quantomai diviso, lacerato al proprio interno. In un contesto simile, il potere di negoziazione del Cav. è nettamente inferiore rispetto ai tempi d’oro di Forza Italia e del Pdl primamaniera. E ne è consapevole anche Maroni.

Berlusconi “brucia”  l’ipotesi Monti. Ma durante la conferenza stampa, Berlusconi ha tirato “bruciato” in modo definitivo qualsiasi possibilità – per altro già remota – di una “discesa in campo” di Monti: se il Professore si candiderà come leader dei centristi – ha spiegato l’ex premier – lui potrebbe accettare di fare un passo indietro. Più un’utopia che una prospettiva concreta. Di certo adesso, se Monti accettasse di scendere in campo con i moderati, equivarrebbe ad accettare la proposta di Berlusconi. E un Monti candidato non potrebbe aspirare al Quirinale né a un qualsiasi altro ruolo in Europa.

Il fragile Alfano. E in questo scenario variegato e fragile, a dover subire l’ennesima altalena politica è Angelino Alfano che – come ironizza Crozza – davvero sembra che “dove lo metti sta”: un giorno è il preferito dell’ ex premier, un altro è incapace di guidare il partito. Ieri, addirittura, forse per rispondere all’ “incandidabile” Dell’Utri che tanto pesantemente aveva criticato il suo delfino, Berlusconi ha indicato in Alfano il successore per la corsa a presidente del Consiglio. Un’altalena che indebolisce ancor di più l’attuale segretario, vittima sacrificale dell’instabilità del partito. Per tacer del caos calmo del Pdl.

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