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Diritto di critica | May 24, 2019

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E se Bersani giocasse la carta "Renzi"?

E se Bersani giocasse la carta “Renzi”?

Rinnovamento, certo. E questo rinnovamento nel Pd ci sarà per davvero. Rimarranno le vecchie facce di Rosy Bindi, Beppe Fioroni, Franco Marini e Anna Finocchiaro. Ma entreranno molte donne e molti giovani. O, per lo meno, avranno modo di entrare attraverso le primarie. Ma questo rinnovamento sarà sufficiente a vincere le elezioni? Probabilmente no.

“Rinnoviamoci, ma non troppo”. Le nuove facce non portano molti voti, soprattutto al sud. Forse è anche per questo che la direzione non si è tirata indietro di fronte alla richiesta di deroghe di certi notabili locali come Fioroni, Finocchiaro, Bressa. All’elenco manca solo D’Alema – portatore di “acqua” in Puglia –che ha deciso di non ricandidarsi. In pratica sono coloro senza i quali il Pd in certe località non potrebbe vincere. Tanti? Pochi? Diciamo che i candidati “in deroga” sono pochi (10 in tutto) rispetto ai deputati e senatori che il Pd avrà nella prossima legislatura, ma forse sono sufficienti a stemperare – sotto il profilo comunicativo – quella parola che Bersani ripete come un mantra: “Rinnovamento”.

Il Caimano all’attacco. Grazie alle primarie, il Pd è cresciuto nel giro di due settimane di oltre 10 punti percentuali nei sondaggi. Un incremento mai registrato prima che lo porta a volare oltre il record di voti ottenuti nelle elezioni politiche del 2008. Ora il Pd non dovrà far altro che gestire bene la comunicazione per mantenere questo livello – il 36,3% (dati Ipsos) – che però difficilmente sarà superato. Detto in parole povere, il Pd sta raschiando il fondo. I margini di crescita sono tutti a destra, tra i populismi anti-casta e i moderati delusi. Questo Berlusconi lo sa bene con la sua strategia “a più punte” mira ad allargare al massimo la sua potenza di fuoco, apertamente in competizione con Beppe Grillo che però non attacca mai direttamente, ma che logora ai fianchi con l’anti-europeismo. Sarà per questo che il ritorno di Berlusconi ha fatto crescere il Pdl di due punti (oggi è al 18%) in una settimana, mentre il M5S è precipitato dal 18,2 al 13,8% in sette giorni, non solo per i dissidi interni (dati Ipsos).

Il grande recupero è possibile. Il rischio, ora, è che Berlusconi avvii quel incredibile processo di recupero che ha già messo in atto nel 2006 quando, partendo da uno svantaggio nei sondaggi del 20%, riuscì a pareggiare contro un Romano Prodi troppo debole sotto il profilo della comunicazione che, nella politica dell’immagine, è tutto. Per questo a sinistra c’è una certa preoccupazione. Certo, meglio Berlusconi che un Mario Monti che andrebbe a pescar voti anche tra i democratici. Ma Bersani, in ogni modo, non dorme sogni tranquilli. Le stesse proiezioni della Ipsos mostrano come il sostanziale pareggio al Senato è più che probabile.

Renzi, per pescare oltre il Muro. Ma se il Pd sta raschiando il fondo del suo potenziale elettorato, il centro-sinistra nel suo complesso avrebbe margini ampi di crescita. E per capirlo basta guardare al risultato e ai sondaggi venuti fuori dalle primarie. Il 30% dell’elettorato di Matteo Renzi non si riconosce nei partiti che oggi compongono la coalizione di centro-sinistra. Il 15% proviene dai delusi del Pdl, il 15% voterebbe il MoVimento di Beppe Grillo. Insomma, un bacino di voti che veramente potrebbe mettere in crisi definitivamente il centro-destra ma che sembra non voler essere sfruttato dal segretario Pd. Infatti, il tentativo – di fronte alla strategia berlusconiana delle “tre (o quattro) punte” – potrebbe essere quello di mettere su una lista “civica” capitanata da Matteo Renzi che vada a pescare “oltre il muro” che divide – usando le parole di Bersani – “i moderati” dai “progressisti”, riproponendo quella suggestione elettorale simile a quella delle primarie.

La presunzione di autosufficienza. Certo, si tratta solamente di una suggestione che, però, la dirigenza del Pd dovrebbe comunque prendere in considerazione. Tenere Renzi in tribuna equivale a parare un rigore con una mano in tasca. Da una parte, ovviamente, bisogna capire se il sindaco di Firenze sia disposto a mettersi in gioco dopo la sconfitta alle primarie, dall’altra c’è comunque la miopia dei dirigenti Pd che, anche durante il voto di fine novembre, credono nell’autosufficienza della sinistra che, però, dal Dopoguerra in poi ha passato la stragrande maggioranza del proprio tempo seduta sugli scranni dell’opposizione.