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Diritto di critica | August 10, 2020

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Siria, è guerra all'informazione (e alla verità) - Diritto di critica

Oltre ai civili, uccisi in un anno di guerra 17 giornalisti e 44 cittadini-cronisti. Lo scontro tra il regime di Assad e le truppe irregolari dell’Els travolge i pochi che vogliono la verità: chi indaga sul campo a contare le (vere) vittime e i movimenti di una civil war ancora senza sbocchi, mentre i media di tutto il mondo rimbalzano notizie presunte o non confermate. L’assurdità del’Osservatorio siriano per i diritti umani, che da Londra twitta la situazione a Homs senza esserci.

L’informazione non può essere “a distanza”, in un conflitto complesso come quello siriano. La guerra mediatica è iniziata nei primissimi giorni di scontri, dal momento dei bombardamenti su Homs: già lì, a cavallo tra 2011 e 2012, c’erano due versioni diametralmente opposte. Bashar Al Assad in televisione nazionale dichiarava che l’assedio di Homs era solo via terra (senza artiglieria pesante) e circoscritto ai quartieri controllati dai terroristi, e che solo i terroristi ne erano il bersaglio. Una versione confutata da diversi giornalisti presenti sul campo, ma ripetuta a ciclo continuo sui media nazionali siriani.

L’Osservatorio siriano per i diritti umani, voce “imparziale”, ne denunciava invece il bombardamento indiscriminato. Da allora, i bollettini quotidiani con le vittime di guerra – soprattutto civili, soprattutto non confermate – sono state diffuse proprio dall’Osservatorio. Ma l’Osservatorio si trova a Londra, nella persona di Rami Abdul Rahman, direttore e factotum (ha solo un segretario, a tenergli l’agenda appuntamenti con le agenzie occidentali).

Solo il telefono lega Abdul Rahman alla Siria. E le notizie che diffonde sono – quantomeno – di terza mano. Eppure è sui suoi bollettini quotidiani che si basano le nostre agenzie di stampa, oltre che tutta la polemica pro- o contro- il complotto occidentale per “conquistare” la Siria.

Non solo civili siriani. Anche gli sconfinamenti degli aerei e dell’artiglieria di Assad in territorio libanese e turco sono oggetto di propaganda: in particolare, la negazione-dichiarazione di bombardamenti sui campi profughi, sia siriani che palestinesi, ai margini del confine di Damasco. Massacri che potrebbero essere provocati indiscriminatamente da entrambe le fazioni in lotta, vista la bassa trasparenza mediatica della guerra.

Le uniche voci credibili sono quindi quelle sul campo, i giornalisti che partono da ogni angolo del mondo per raccontare ciò che vedono con i propri occhi. E che muoiono, o vengono rapiti. La lista è lunga, riportiamo qui giusto qualche nome per ricordare che sono persone – non solo numeri.

22 febbraio, l’americana Marie Colvin e il francese Remi Ochlik, uccisi da una bomba d’artiglieria pesante nel media center di Homs.  21 agosto, Mika Yamamoto (Japan Press) e tre colleghi, due arabi e uno turco, vengono uccisi da armi da fuoco. Non si sa chi ha sparato, se militari lealisti o ribelli. 26 settembre, Maya Naser (PressTv) giornalista dell’emittente pubblica iraniana, ucciso durante un bombardamento a Damasco. Il rapimento della giornalista ucraina Anhar Kochneva, presa 2 mesi fa da una truppa (irregolare o meno, difficile dirlo) di ribelli armati. E’ già stato chiesto il riscatto, si avvicina la data del secondo ultimatum.

Su Reporter Senza Frontiere, la lista completa.