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Diritto di critica | August 10, 2020

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L'Europa Nobel per la Pace e l'immobilismo ipocrita sulla Siria - Diritto di critica

Il 2012 si è concluso con il conferimento del Premio Nobel per la pace all’Unione Europea. Il Comitato norvegese del Nobel ha deciso ad unanimità di premiare l’UE per aver contribuito per più di 60 anni alla pace e alla riconciliazione e per aver garantito democrazia e diritti umani nel Vecchio Continente.

Un 2012 che è però stato devastante per il popolo siriano, vittima di una guerra civile che non ha solo messo in ginocchio un paese ma ha anche trascinato la popolazione in una spirale di violenze e atrocità inimmaginabili.

E’ dunque lecito porsi una domanda, cosa ha fatto l’Unione Europea per la Siria e i siriani per quanto riguarda la riconciliazione e i diritti umani? Ben poco secondo alcuni, come d’altronde fece poco nel caso del conflitto interno in Libia, dove ci fu un intervento unilaterale francese. Se la comunità internazionale è indecisa sul da farsi, l’Unione Europea è priva di una linea comune in politica estera, difficilmente riesce a passare ad azioni concrete e osserva quasi impietrita una guerra che va ormai avanti da 21 mesi e che , secondo le Nazioni Unite, ha causato più di 60.000 morti.

A fine novembre l’UE aveva riconosciuto la Coalizione Nazionale come legittima rappresentante del popolo siriano, con la Francia come primo paese occidentale a mettere in atto tale riconoscimento e a spronare gli altri paesi a seguire le proprie orme. Il Segretario agli Affari Esteri britannico, William Hague, aveva invece espresso la necessità di saperne di più su questa Coalizione prima di conferirle pieno riconoscimento. Nel contempo i ministri dell’UE spronavano la Coalizione affinchè includesse al proprio interno di tutti i gruppi di opposizione e delle varie parti della società siriana nel pieno rispetto dei diritti umani e della democrazia.

Per quanto riguarda Assad, al di là di alcune sanzioni economiche nei confronti di sua moglie e di altri familiari e diversi inviti a lasciare il potere affinchè possa avere luogo una transizione verso la democrazia, si è visto ben poco.

Nel frattempo Bashir Assad è apparso al teatro dell’opera di Damasco, dove ha tenuto un discorso che, più che alla nazione sembrava essere rivolto ai suoi sostenitori. Un Assad apparso stanco e nervoso, che ha ignorato le richieste della comunità internazionale così come l’opposizione siriana. Secondo il rais in Siria sarebbe in atto un attacco da parte di terroristi islamici qaedisti, non-siriani e manovrati dall’Occidente; non si tratterebbe dunque di una rivoluzione ma di atti perpetrati da criminali.

Assad non ha dato alcuna importanza né al movimento popolare che lo contesta ormai da due anni, né tanto meno all’opposizione organizzatasi fuori dalla Siria; non sembra preoccuparsi neanche delle migliaia di diserzioni da parte di militari dell’esercito regolare.

L’Unione Europea ha commentato il discorso affermando che Assad deve abbandonare il potere affinchè si possa trovare una soluzione diplomatica al conflitto. Catherine Ashton, portavoce per la politica estera UE ha poi dichiarato:” Ascolteremo con attenzione se nel discorso di Assad vi sono elementi nuovi, ma manteniamo la nostra posizione che invita Assad a lasciare il potere in modo che vi possa essere una transizione politica”. In poche parole Assad se ne infischia di tutto e di tutti, resta al potere, nel paese proseguono i massacri e le torture e il mondo lo lascia fare, perché?

Da una parte la Russia è ben consapevole del fatto che ha ormai perso il suo più importante alleato e partner commerciale in Medio Oriente e non ha alcun interesse ad accelerarne la caduta, quanto piuttosto a trovare un’alternativa che le permetta di mantenere un buon legame economico e strategico. La Cina, paese estremamente pragmatico, può tranquillamente attendere una transizione di potere per poi ristabilire rapporti commerciali. Gli Stati Uniti sono indecisi sul da farsi non solo in quanto è difficile prevedere un potenziale scenario post-Assad, ma potrebbero esserci pressioni da parte di Israele, paese che teme un’ascesa al potere di forze politiche ostili che possono mettere a repentaglio la propria sicurezza. E’ vero che la Siria è un paese ostile nei confronti di Israele, ma è anche vero che il confine tra Israele e Siria è ormai da decenni uno dei più tranquilli ed anche se il regime Assad ha lavorato molto alla costruzione di un’immagine filo-palestinese, ospitando anche la sede di Hamas a Damasco, nel concreto ha però agito da paese cuscinetto. Gli attacchi verso lo stato ebraico avvenivano principalmente dal Libano tramite le milizie sciite di Hizbullah.

L’Unione Europea dal canto suo è preoccupata dal dopo-Assad e forse non si fida pienamente di una Coalizione che potrebbe anche frammentarsi una volta caduto il regime; non sono un caso i continui moniti alla Coalizione affinchè includa tutte le componenti dell’opposizione, nonché il rispetto dei i valori democratici e dei diritti umani.

Vi è poi la paura della deriva islamista; cellule salafite composte da jihadisti stranieri sono state segnalate in più zone del paese e, per quanto è inverosimile pensare a una loro potenziale presa del potere, potrebbero però trascinare il paese in un’ulteriore spirale di violenza, facendo leva magari sullo scioglimento dell’esercito regolare siriano e cercando di impadronirsi di depositi di armi, magari anche di quelle chimiche.

Un’immobilità dovuta dunque a previsioni, calcoli e valutazioni sui possibili scenari post-Assad? Molto probabile, ma nel frattempo in Siria si continua a morire.

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