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Diritto di critica | August 19, 2019

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"Ho ucciso Bambi", un romanzo sul disagio e la violenza giovanile. Intervista a Carla Cucchiarelli

“Ho ucciso Bambi”, un romanzo sul disagio e la violenza giovanile. Intervista a Carla Cucchiarelli

di Cinzia Giorgio

Ho ucciso Bambi questo il titolo del libro sul disagio giovanile e la violenza scritto da Carla Cucchiarelli, giornalista e vicecaporedattore del Tg3 Lazio, che sara presentato oggi presso la libreria AltroQuando, in via del Governo Vecchio a Roma. L’autrice, che da sempre si occupa di temi sociali e di cultura, attraverso una narrazione dura e a tratti spigolosa, ci racconta l’incredibile storia di due ragazze: Silvia e Debora. Un giorno le due amiche entrano in classe e cominciano a sparare contro i loro compagni. Una storia di violenza non sui minori, ma dei minori che colpisce e apre una ferita ancora sanguinante, dopo l’orribile strage in una scuola elementare degli Stati Uniti. La Cucchiarelli ha reso perfettamente l’inquietudine delle ragazze di oggi con un linguaggio crudo, ma allo stesso tempo sereno, perché nella loro crudeltà le due giovani assassine sembrano quasi ingenue. Le parole di Sara, il personaggio che meglio incarna l’ansia di vivere dei giovani, sono indicative di uno stato di cose che i ragazzi capiscono meglio degli adulti: “tutti noi che siamo stati in quella classe siamo colpevoli”. È tristemente vero, la società, sembra dire Sara, è colpevole e noi attraverso di lei. Abbiamo chiesto all’autrice di aiutarci a capire il disagio minorile e la forte inquietudine che traspare dalle pagine del suo romanzo.

Il tema della violenza giovanile è un tema drammaticamente attuale. Lei stessa ci fa notare come Silvia e Debora, le sue protagoniste, siano due studentesse normali. Cosa spinge, secondo lei, i giovani a commettere atti violenti, talvolta estremi?

Penso che la violenza sia nascosta dentro ognuno di noi. Jung parlava dell’Ombra, cioè di tutto quell’insieme di emozioni e sentimenti che non accettiamo di avere, che rimuoviamo perché consideriamo eticamente sbagliato. Poi un giorno un qualcosa tira fuori la rabbia, il livore, un’aggressività che non sapevamo di possedere e allora ci sentiamo in colpa perché ci confrontiamo con le nostre aspettative e il giudizio sociale. Silvia, invece, non ha confini né limiti. Per lei la violenza è un modo per imporsi, farsi ascoltare, esistere. La famiglia non le ha dato una direzione precisa, non le ha suggerito leggi. Anzi. Considera un suo diritto affermarsi “contro” gli altri. Ha una profonda ammirazione per chi si è distinto uccidendo o sparando. Ecco, se proprio vogliamo prendere questa adolescente come esempio, potremmo dire che, in qualche modo, il dilagare della violenza giovanile nasce anche da un abbandono, da una mancanza di regole certe, di parametri. Cosa è bene e cosa è male? Questo è diventato difficile da capire. E poi, se non ci sono obiettivi da raggiungere, un ambiente sociale positivo verso cui tendere, nel quale inserirsi, si finisce per attaccare lo stesso sistema, diventando violenti, a volte in modo davvero estremo. Ma il discorso è lungo e complesso. Vorrei solo aggiungere che la violenza, a mio avviso, nasce soprattutto da una mancanza d’amore, sia in senso personale, sia in senso collettivo. Una società che non ha rispetto per i suoi giovani ha delle colpe.

Bullismo al femminile, quando si è abituati a declinarlo al maschile. L’idea nasce da un vissuto che ha avuto modo di verificare durante il suo lavoro di giornalista?

Difficile dire dove nascano le idee. Quando ho iniziato a scrivere questo libro avevo una storia in mente che non è mai nata, si è trasformata in altro. Io volevo comunque raccontare il disagio delle adolescenti davanti ad un mondo che pensa ancora solo al maschile. Quando mia figlia, che oggi ha diciassette anni, per la prima volta si trovò davanti al padre di un suo amichetto che faceva differenza tra loro due, sostenendo che il figlio doveva spingere l’altalena in quanto “maschio”, sgranò gli occhi. Quel suo stupore mi è rimasto dentro come un coltello. Lei andava ancora all’asilo. Quel suo stupore mi è sembrato quello del bambino della favola che urla “il re è nudo”. Le bambine di oggi, le ragazze che racconto, credo, sentono questo urlo nelle loro orecchie e provano a capovolgere le regole del gioco. Anche se a modo loro, anche con la rabbia e la violenza. Col tempo, come giornalista, ho avuto modo di verificare che il “bullismo al femminile” esiste, che va raccontato. Ricordo, ad esempio, l’episodio di una studentessa picchiata, a Roma, dalle compagne di scuola perché portava i tacchi alti. E’ solo uno dei tanti che mi hanno fatto pensare di andare nella direzione giusta.

Si dice spesso che i giovani non hanno prospettive, sono demotivati in partenza, non hanno ideali. Lei cosa ne pensa?

Penso che assistiamo al progressivo invecchiamento della società. È sotto gli occhi di tutti. I giovani non hanno nessuna speranza di collocarsi in tempi rapidi nel mondo del lavoro, difficoltà a costruirsi una famiglia, a pensare a un figlio, a una casa. “Ci hanno rubato il futuro” è uno slogan che la dice lunga. Il mondo però non si ferma, fortunatamente. Ci sono tantissimi studenti che s’impegnano con ostinazione, che portano avanti i loro sogni e i loro ideali, contro tutto e  tutti. Hanno passioni che li spingono a lottare. La speranza rimane. Rimane la voglia di costruire come formichine, sapendo di doversi scontrare con la realtà. Ciò che trovo davvero triste è che molti giovani siano costretti a lasciare l’Italia per potersi affermare, studiare con prospettive, cercare altre strade. E sono tantissimi i ragazzi che stanno partendo per studiare o per lavorare all’estero. So quanto costerà questo loro e quanto farà soffrire i loro genitori, ma penso che sia una soluzione concreta per andare avanti e, finalmente, esistere.

Lei è molto impegnata anche sul fronte della violenza sulle donne. Ha progetti in questa direzione per l’immediato futuro?

Grazie per questa domanda, infatti è un tema che mi è molto caro. Ovviamente continuerò a cercare di dar voce a chi non la ha, anche con il mio lavoro. Qualche anno fa con Maria Grazia Passeri e Vincenzo Mastronardi abbiamo scritto un libro a sei mani per raccontare l’esperienza di un’associazione che si occupa di donne, aiutandole concretamente dal punto di vista economico e legale. Per diversi mesi ho intervistato le persone che si rivolgevano al “Salvamamme”, donne per lo più straniere, spesso sole a Roma, senza marito e senza una rete familiare di sostegno. Le loro storie e i loro volti li ho portati con me nel tempo. Mi hanno insegnato molto, anche la forza quotidiana per vincere le difficoltà. Alcune di loro avevano subito violenze, in famiglia e non, una persino mi raccontò di essere stata stuprata all’aeroporto, appena arrivata a Roma. Vicende che non si dimenticano. Ed ora? Un progetto nel cassetto per parlare di donne, sempre legato alla scrittura c’è, ma è davvero troppo presto per parlarne. Anche per scaramanzia. Spero di riuscire a realizzarlo.