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Diritto di critica | November 23, 2020

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Il pasticcio degli F-35, "Quegli aerei possono esplodere con un fulmine"

Un F35 in volo

di Stefano Nicoli

“Si sconsiglia vivamente ai piloti di viaggiare a meno di 45 km da una tempesta”. Cosi recita il rapporto del Pentagono reso noto dal Sunday Telegraph pochi giorni fa. I piloti in questione sono quelli che si sarebbero potuti trovare a bordo di uno dei 63 F-35 Lightning II finora prodotti e messi in condizione di volare. Una frase che fa riflettere, soprattutto ove si pensi che per giungere alla produzione di un aereo il cui costo unitario è stimato intorno ai 120 milioni di dollari, sono stati stanziati dal 2002 fino ad oggi circa 400 miliardi di dollari.

Meno peso ma più pericolo. Il problema nasce dai numerosi interventi operati dai tecnici della Lockheed Martin (colosso dell’aereonautica militare mondiale e costruttrice dell’F-35) per ovviare ad un peso eccessivo nonché ripartito in maniera errata tra la prua e la poppa del velivolo, che aveva dato vita a diversi problemi anche nel recente passato. La versione B dell’F-35, infatti, quella a STOVL (Short Take-Off and Vertical Landing, ovvero a decollo ed atterraggio corto o verticale), che avrebbe dovuto costituire l’ossatura della Marina Militare italiana finendo imbarcata sulla portaerei “Cavour”, in sostituzione degli ormai vetusti “Harrier”, presentava numerosi problemi di beccheggio in fase di decollo ed atterraggio verticale. Pochi mesi fa, oltretutto, tutte le versioni dell’F-35 hanno dimostrato essere “aerodinamicamente instabili” (tradotto: altamente pericolosi) quando volavano con missili e serbatoi ausiliari attaccati ai piloni sub-alari. Un ottimo aereo da guerra quindi, a patto che in guerra ci vada senza armi e con un’autonomia limitata. Il Pentagono ora denuncia invece il fatto che sia stata ridotta la corazza del serbatoio a tal punto da rendere l’F-35 non solo più vulnerabile ad attacchi nemici, ma addirittura a rischio esplosione qualora venga colpito da un fulmine. L’ennesima battuta di arresto per il progetto JSF (Joint Strike Fighter), volto, nell’ormai lontano 2002, a dotare gli USA e i paesi loro alleati di un cacciabombardiere “stealth” (invisibile ai radar) a costi relativamente contenuti.

La voce dei detrattori. Di Pietro tuona inferocito: “E’ gravissimo che si sperperino soldi pubblici per acquistare i cacciabombardieri F-35 e i sommergibili mentre le famiglie italiane non arrivano a fine mese, gli operai restano senza lavoro e troppe imprese chiudono. Lo sa questo governo dimissionario e guerrafondaio che gli F-35, oltre ad essere costosissimi, sono anche delle vere e proprie bombe volanti? Non siamo noi a denunciarlo, ma un rapporto del Pentagono”. Il governo Berlusconi, nel 2002, ordinò 131 F-35, il cui costo unitario per la versione “fly away” (il modello base) era di 80 milioni di dollari; ora, a scenario economico totalmente rivoluzionato, a causa di rincari nei prezzi della componentistica dell’aeroplano, il prezzo della suddetta versione è decollato fino a raggiungere quota 120 milioni di dollari. Quindi, anche se il governo Monti in modalità “spending review” ha ridotto l’ordine a 90 velivoli, dalle casse dello Stato uscirebbero circa 14 miliardi di euro a fronte dei 10 inizialmente previsti, che pure sembravano troppi. Tra l’altro, Silvio Lora-Lamia, analista per Analisi Difesa, poco tempo fa riscontrava che “anche notizie di stampa hanno riportato come i primi tre aerei siano stati acquistati in via definitiva, cioè versando tutto il denaro, salvo il saldo finale che si paga di solito alla consegna. Dei successivi aerei (lotto 7 e forse lotto 8) sono stati solo versati degli anticipi per i famosi “long-term item”, cioè alcune parti speciali dell’aereo che devono essere ordinate per tempo e quindi contrattualizzate e pagate in anticipo”, quantificando il denaro già versato in circa 34 milioni di dollari.

I 600 milioni di Cameri. A Cameri, in provincia di Novara, gli F-35 avanno il loro hangar; lì infatti, in uno dei centri più importanti dell’Alenia Aermacchi (società controllata da Finmeccanica) dove si assemblano parti dei Tornado e degli Eurofighter, ci sarà prestissimo il FACO (Final Assembly and Check Out, ovvero l’assemblaggio finale) nonché l’unico centro di manutenzione per gli F-35 in tutta Europa, con circa 1.100 lavoratori all’opera a fronte dei 600 attuali. Tuttavia, qualora il progetto JSF venisse abbattuto per l’elevato costo raggiunto, non solo 500 di quei lavoratori perderebbero il loro posto, dato che non si renderebbe necessario un aumento dell’organico, ma con ogni probabilità andrebbero irrimediabilmente perduti i 605,5 milioni di euro che l’Italia ha investito per consegnare il suddetto hangar entro il 2012.

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