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Diritto di critica | November 23, 2020

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Non solo F-35. In arrivo i nuovi sommergibili

Varo del sottomarino Todarodi Stefano Nicoli

Si chiamano U212. Pochi sanno cosa si nasconde dietro questa sigla. Si tratta dei nuovi sommergibili di cui la Marina militare italiana si sta dotando. E se gli F-35 fanno notizia ed entrano a pieno titolo tra i temi della campagna elettorale, questi, per ora, non hanno ancora sollevato proteste e polemiche.

Profondo Rosso. Fincantieri (società controllata da Fintecna e finanziata dal Ministero degli Interni) ha già consegnato, nel 2006 e nel 2007, i primi due sommergibili U-212 alla Marina Militare, nell’ambito del German Submarine Consortium, un progetto congiunto italo-tedesco (acquistato, con alcune modifiche che l’hanno reso idoneo all’attacco nucleare, anche da Israele) per costruire dei sottomarini con propulsore diesel che possano, con poche modifiche strutturali, operare indiscriminatamente nel Mar Baltico o nel Mar Mediterraneo. Gli U-212 di cui dispone l’Italia, il “Todaro” e lo “Scirè”, sono sottomarini di medie dimensioni (55,9 m), con una buona autonomia (420 miglia nautiche in immersione o 8000 in emersione) ed una altrettanto buona velocità (22,2 km/h in superficie e 37 km/h in immersione), armati con 6 tubi lanciasiluri e 12 siluri, che ormai hanno compiuto nell’Atlantico diverse esercitazioni congiunte con l’US Navy. Hanno un equipaggio di 27 elementi, sono dotati di un sistema AIP per la rigenerazione dell’aria e sono molto silenziosi, caratteristica, questa, che li rende preferibili rispetto ad altri sommergibili sul mercato. Il progetto totale degli U-212 comporta per le casse del governo italiano una spesa di ben 2 miliardi di euro, uno dei quali già speso per la costruzione delle due unità operanti: una cifra pari a metà del gettito ricavato dallo Stato per la riscossione dell’Imu. Nonostante i costi elevanti in tempi di crisi e spending review, l’ultima legge di stabilità approvata dopo la “spremuta fiscale” del governo Monti contiene l’autorizzazione per lo stanziamento di altri 168 milioni di euro per costruire gli altri due sommergibili che l’Italia aveva in l’opzione dopo la consegna del “Todaro” e dello “Scirè”.

Aerei costosi e nati male. L’F-35 Lightning II è prodotto dalla Lockheed Martin, la stessa azienda americana che ha plasmato il caccia F-22 Raptor, reso incommerciabile dagli USA a causa delle sue impareggiabili potenzialità, nonché “fratello maggiore” del F-35. Il progetto, probabilmente, è nato male sin dall’inizio, nelle sue varie versioni. Esistono infatti tre tipi di F-35: la A, per la nostra Aeronautica militare (60 velivoli), ad atterraggio e decollo convenzionale; la B, per la nostra Marina militare (30 velivoli), a decollo ed atterraggio corto o verticale (STOVL, Short Take-Off and Vertical Landing) per essere imbarcata anche su portaerei prive di catapulte sul ponte come l’ammiraglia della Marina “Cavour”; la C, per le portaerei a propulsione nucleare americane. L’F-35 è un aereo pesante (il peso massimo al decollo è di 27216kg) e nonostante il propulsore Pratt & Whitney F135-PW-600 generi 18.355kg di spinta esso è apparso impacciato nelle virate e lento nelle cabrate, al punto da essere messo in difficoltà dall’Eurofighter o dal Sukhoi Su-35. Per quanto riguarda invece la versione B, dotata di un ugello del motore orientabile verso il basso, di un Lift Fan (una turboelica verticale “annegata” nella fusoliera dell’aereo immediatamente dietro l’abitacolo) della Rolls-Royce e di due ugelli stabilizzatori sulle ali per consentire il decollo e l’atterraggio verticale, ci si rese conto che, nonostante la riduzione del carico di carburante imbarcabile e gli oltre 42 metri quadri di superficie alare (6.045kg per la versione B contro gli 8901 della A), l’aereo aveva almeno 1.000kg in eccesso che, uniti alle turbolenze create dai motori in fase di atterraggio, lo rendevano beccheggiante e pressoché ingovernabile. A seguito di una “cura dimagrante” con la quale vennero risparmiati 1.300kg, tutte e tre le versioni presentarono un nuovo problema: erano “aerodinamicamente instabili” (non tendevano a tornare al loro asse originario, ma una volta cominciata una manovra deviavano per la tangente) quando venivano aggiunti missili o serbatoi ausiliari ai piloni sub-alari. Il che, oltre a penalizzare la capacità stealth per la quale erano stati presi enormi accorgimenti (linee spigolose per la rifrazione delle onde radar, cockpit dell’unico pilota rivestito da una lamina d’oro per assorbire meglio queste ultime, stivaggio interno delle armi e del cannoncino GAU-22/A da 25 mm…) voleva dire limitare l’armamento ai soli quattro missili dei piloni interni (in luogo dei 12 totali inizialmente previsti) alla fusoliera, senza peraltro risolvere il problema dell’autonomia vista l’assenza dei serbatoi. I tecnici parlarono ancora una volta di ripartizione errata dei pesi, per risolvere la quale sono arrivati all’assurdo, rendendo l’F-35 vulnerabile addirittura ai fulmini. In tutto ciò, i prezzi delle componenti hanno fatto salire alle stelle il prezzo di un velivolo: 120 milioni di dollari a fronte degli 80 iniziali.

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