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Diritto di critica | July 16, 2019

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La lenta agonia dell’Università italiana

La lenta agonia dell’Università italiana

LaureatiLa lenta agonia dell’Università italiana è il segno più evidente del declino del nostro Paese. In dieci anni il numero degli studenti iscritti è crollato. Dall’anno accademico 2003/04 a quello attualmente in corso 2012/13, il numero degli immatricolati è diminuito del 17%, passando da quasi 340 mila studenti a poco più di 280 mila. Un dato preoccupante caratterizzato da tre elementi: ci sono troppi laureati rispetto alla domanda, l’Università manca di una connessione effettiva con il mondo produttivo, la laurea non garantisce più il lavoro e non viene valorizzata. Allora perché investire almeno cinque anni della propria vita?

Troppi laureati? Un luogo comune da sfatare è che in Italia non è vero che ci sono troppi laureati. Siamo il paese in Europa con la percentuale più bassa rispetto alla popolazione. Tra i paesi Ocse siamo al 34esimo posto su 36 paesi. Oggi solo il 19% dei giovani tra i 30 e i 34 anni ha un diploma universitario, solo un anno fa era il 20,3%. Si tratta di un valore particolarmente basso se confrontato con la media europea (34,6%), ma anche rispetto agli altri stati principali dell’Unione con cui noi in genere ci confrontiamo: in Germania i giovani tra i 30 e i 34 anni con la laurea sono il 30,7% del totale, in Spagna il 40,6%, in Francia il 43,4%, in Gran Bretagna il 45,8% (dati 2011). Per questo dire che in Italia la laurea la danno a tutti è un luogo più che comune.

In Italia i laureati non servono. Ma allora perché se sono così pochi, non trovano lavoro? La crisi ha certamente peggiorato il quadro complessivo, ma il vero problema risiede nel tessuto produttivo del Paese. I laureati non servono. Perché invece di puntare sulle eccellenze e sull’innovazione negli ultimi decenni si è preferito puntare su operai e su sistemi di produzione che hanno faticato a rinnovarsi. Nel mercato globale ricerca e innovazione rappresentano quella marcia in più di un paese. Ma le stesse aziende – in gran parte piccole e medie, qui in Italia – hanno dovuto delegare la ricerca allo Stato che ha trattato quella voce di spesa come una qualsiasi voce di spesa e non come un investimento sul futuro economico, industriale e sociale del Paese. Così, oggi dei laureati le aziende non sanno cosa farci, vista la miopia dell’imprenditoria italiana che si è ritrovata a confrontarsi con cinesi e indiani. La competizione è con i paesi emergenti. Ma è una competizione impari visto l’alto costo del lavoro in Italia. Così, invece di cedere il passo alla Cina sulla produzione di prodotti a bassa tecnologia produttiva e investire nel software (inteso nel prodotto immateriale) o nel hardware hi-tech, il sistema tende a sfidare un nemico che – per forza di cose – ha già vinto. E il made in Italy non potrà salvarci a lungo.

L’Università italiana: troppa accademia, poca preparazione. È poi vero che l’Università italiana – da sempre alla ricerca di una riforma che la renda più idonea di fronte alle sfide che l’economia globale – non è in grado di creare quel giusto link tra formazione e lavoro. La riforma entrata in vigore nel 2001 ha purtroppo fallito perché interpretata in maniera scorretta dalle singole università. Il sistema dei crediti formativi extra-curricolari avrebbe dovuto favorire l’avvicinamento dei giovani al mondo del lavoro, ma purtroppo spesso le varie facoltà, invece di valorizzare questo aspetto, hanno creato corsi facoltativi in più, proprio per bypassare quello che viene percepito dalle amministrazioni universitarie un problema e un ostacolo, cioè la creazione di un necessario punto di contatto tra la formazione superiore e il mondo del lavoro.

Non conviene più. A tutto questo si aggiunge un altro aspetto, relativo alla valorizzazione stessa del laureato in azienda. Se avere una laurea non garantisce più il posto di lavoro – e talvolta diventa anzi un ostacolo per certe mansioni – anche la differenza di stipendio iniziale tra un neo-laureato e un neo-diplomato è praticamente pari a zero. Allora perché spendere cinque anni della propria vita, magari facendo enormi sacrifici lontani dalla famiglia, quando il negozio sotto casa offre un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio degno di questo nome?

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