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Diritto di critica | July 4, 2020

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Se torturare, violentare e uccidere la propria figlia è normale

Se violentare, torturare e uccidere la propria figlia è normaleDecisione scioccante da parte di un tribunale saudita: il noto predicatore Fayhan al-Ghamdi, colpevole di aver stuprato, torturato e ucciso la propria figlia di 5 anni, è stato rilasciato su cauzione dopo aver passato solo quattro mesi in carcere.

Le atroci torture. Secondo il magistrato il cosiddetto “prezzo di sangue” equivalente a circa 37 mila euro e i quattro mesi scarsi dietro le sbarre risultano sufficienti come pena e l’uomo è stato rimesso in libertà. Un provvedimento inquietante visto e considerato che il predicatore ha violentato sua figlia Lama, poi le ha fracassato il cranio, spezzato alcune vertebre, le costole, il braccio sinistro, l’ha ustionata con un ferro, picchiata con una canna ed ha utilizzato anche dei cavi elettrici per torturarla con la corrente elettrica. La motivazione fornita da al-Ghamdi sarebbe stata quella di aver sospettato che la bimba non fosse più vergine, tant’è che l’avrebbe fatta controllare da uno specialista.

Da predicatore a violentatore. Ma chi è Fayhan al-Ghamdi? Non un semplice cittadino, bensì un noto predicatore televisivo, una vera e propria celebrità mediatica presente sul canale televisivo ultraconservatore “Bedaiah”, dove parlava di religione e forniva consigli ai giovani sulla vita di tutti i giorni.

Non c’è pena di morte per chi uccide figli o moglie. Niente carcere a vita o pena di morte dunque per il predicatore, niente pena di morte in quanto la legge saudita vieta agli uomini di essere condannati alla pena capitale nei casi di omicidio dei propri figli o delle proprie mogli.

Solo quattro mesi di carcere e una multa. Così, al-Ghamdi è stato condannato a soli quattro mesi di carcere e ha pagato per cauzione metà della cifra della multa che sarebbe stata richiesta se Lama fosse stata un maschio, sempre secondo quanto stabilito dalla legge saudita.

Una decisione che non trova fondamento nel Corano. Tra i primi a denunciare l’assurda decisione del tribunale è stata l’Associazione delle Donne Saudite, da anni molto attiva per quanto concerne i diritti delle donne nel Regno. Una vera e propria storia dell’orrore, qualcosa di inimmaginabile che non può non suscitare sentimenti come lo sconcerto, il ribrezzo e il disgusto; qualcosa di umanamente inaccettabile. Può una “legge” permettere al colpevole di un crimine così efferato di passarla liscia con 4 mesi scarsi di carcere e una cauzione? Assolutamente no, un provvedimento del genere non può essere fondato sulla “legge” nel senso concreto del termine e non può neanche essere definito in chiave “islamica” in quanto sarebbe un insulto ai musulmani e all’Islam; un provvedimento che non trova alcun fondamento nel Corano e in nessun’altra fonte islamica.

Oscuri personaggi che vestono i panni religiosi e predicano dubbia moralità, uomini “di legge” che legiferano l’illegiferabile ed emettono sentenze improponibili, tutto ciò non di certo in nome del popolo e nemmeno in nome della religione.

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