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Diritto di critica | November 14, 2018

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Carne di cavallo nelle lasagne, lo scandalo Horsegate

Carne di cavallo nelle lasagne, lo scandalo Horsegate. Non esclusi rischi per la salute

Le lasagne con carne di cavallo

di Federica Spurio Pompili

Il più fedele alleato e servitore dell’uomo dai primordi della società – il cavallo – si trova, in questi giorni, al centro di un ciclone colossale: l’Horsegate. È così che è stato definito lo scandalo legato al rinvenimento di tracce di carne equina in quella che sarebbe dovuta essere di origine esclusivamente bovina, individuata nei giorni scorsi nelle confezioni di prodotti a marchio Findus in vendita nel Regno Unito: di colpo, quindi, avventori di pub e amanti dei cibi preconfezionati e surgelati sono rimasti basiti e disgustati al pensiero di essersi nutriti di uno degli animali più cari alla tradizione britannica e irlandese; più o meno come se domani noi scoprissimo di aver ingurgitato carne di cane o di gatto mischiata a quella bovina nel ragù col quale abbiamo condito le nostre tagliatelle.

Un girotondo di tracciabilità. Tutto comincia a metà gennaio quando il FSAI, l’autorità di sicurezza alimentare irlandese, fa testare 27 hamburger di supposta composizione 100% carne bovina e rinviene in 10 di questi tracce di DNA equino. In uno di questi campioni, proveniente dalla catena di supermercati Tesco, la percentuale di DNA equino ammonta al 29%. La pista porta a Silvercrest, una catena di trasformazione Irlandese, con la quale Tesco rompe immediatamente il contratto. Sulla scia del clamore sollevato, i controlli cominciano a diffondersi a tappeto tra Irlanda e Regno Unito e nel giro di pochi giorni la BBC afferma che su 18 confezioni di lasagne surgelate di Findus Uk, 11 contengono tra il 60% e il 100% di carne equina. La Findus UK risulta essere rifornita da Tavola, filiale di Comigel, una società francese di Metz che si occupa della produzione di surgelati per fornitori e distributori vari tra i quali, oltre alla Findus, troviamo anche la nota ditta francese di supermercati di surgelati Picard. Secondo quanto riportato sabato scorso dal ministro francese del consumo Benoît Hamon, a sua volta la Comigel veniva rifornita dalla ditta francese Spanghero che fa parte del gruppo, sempre francese, Poujol, il quale, a sua volta, aveva acquistato la carne surgelata da un’azienda di commercializzazione di Cipro che aveva subappaltato l’ordinazione ad una società olandese, fornita a sua volta da una macelleria e da un mattatoio romeni.

La Ue all’opera. Alla luce di questo girotondo di tracciabilità e di traffici arzigogolati che coinvolge mezza Europa, per oggi è stato fissato un vertice dei ministri dell’Agricoltura a Bruxelles per far luce sulla vicenda e sull’effettiva trasparenza degli scambi commerciali nell’Unione Europea. Intanto da tutti i marchi coinvolti o toccati dallo scandalo sono ovviamente fioccati i comunicati ufficiali: La Findus Italia prende le distanze dalla sorella britannica ricordando di far parte del gruppo C.S.I. (Compagnia Surgelati Italiana), che a sua volta fa parte del gruppo Iglo Group Foods Ltd, e ribadendo che nessuno dei prodotti della C.S.I. contiene carne di cavallo. Picard, dalla sua pagina Facebook, afferma di aver effettuato il ritiro preventivo di due lotti di lasagne “Formula Express”, prodotti dalla Comigel, lo scorso 6 febbraio e così via.

Dietro la truffa una legge romena? A prima vista, dunque, lo scandalo potrebbe sembrare riguardare esclusivamente l’aspetto commerciale (che a sua volta comporta enormi problemi di affidabilità e di trasparenza) ma non la salute. A questo punto, però, si fa strada l’inchiesta effettuata da Cheval Savoir, una rivista mensile francese online specializzata nelle attività equestri e sul mondo ippico, relativamente alla tipologia di carne equina interessata nei traffici europei. Cheval Savoir si sofferma sull’ultima realtà analizzata dal nostro precedente tour della carne surgelata, la Romania. Il Paese conta tra i 60.000 e i 65.000 cavalli, utilizzati prettamente per il traino e per il lavoro nei campi, indispensabili per le aziende agricole e per le famiglie meno abbienti delle campagne, impossibilitate ad acquistare un trattore. Nel 2010, a causa di un incidente tra un veicolo trainato da un cavallo e uno motorizzato, la circolazione dei cavalli viene vietata per le vie di Bucarest. Questo provvedimento sembrerebbe poter aver spinto molti agricoltori romeni a sbarazzarsi dei loro cavalli vendendoli ai mattatoi per poter ottenere il denaro necessario a convertirsi, obtorto collo, ai veicoli motorizzati.

I rischi per la salute. A fornire una spiegazione ufficiale è stato il giornalista Cornel Ivanciuc, a capo di un’inchiesta riportata in un articolo del 2011 dove denunciava l’esistenza di un mercato parallelo e clandestino , quindi senza tracciabilità, di carne equina contaminata dall’AIE, l’anemia infettiva equina, destinata ai mercati francese e italiano. In seguito all’inchiesta il ministro dell’agricoltura romeno Gheorghe Flutur comunica di essere stato contattato da un industriale francese nel 2006 che gli avrebbe proposto di comprare tra i 14 e i 15.000 cavalli malati di AIE. Le prime leggi europee che vietano l’abbattimento dei cavalli anemici per motivi sanitari (i medicinali somministrati ai cavalli potrebbero avere effetto sull’uomo, in special modo sui bambini) risalgono al 2009. Tutto ciò però non impedisce agli animali malati di finire sulle tavole francesi, dove proprio ultimamente si constata un ritorno all’ippofagia come ultima moda culinaria, dal momento che una tracciabilità dei traffici risulta molto complessa. I numeri sono devastanti: si parla, infatti, di 3.300 tonnellate di carne di cavallo romena, quasi tutta proveniente da esemplari malati, esportate nel 2008. Questo sistema è mantenuto in vita dalla visita veterinaria della lotta contro l’AIE, dal momento che ad ogni proprietario che si sbarazza di un animale malato per evitare il propagarsi dell’infezione vengono elargiti 350 lei, corrispettivo di circa 85€. Cifra che, appunto, permetterebbe a molti di loro di dotarsi di un trattore o di affittarne uno. Di per sé l’AIE non risulterebbe trasmissibile all’uomo, ma il fatto stesso di utilizzare carne di animali malati per il consumo umano la dice lunga sulla qualità di molti prodotti e derivati.

L’Italia al sicuro. Insomma, l’allarme è alto. L’Italia al momento non risulterebbe colpita a livello sanitario grazie ai numerosi controlli che nel nostro Paese sembrano essere più attenti che in altri. Allo stato attuale nell’Unione Europea è obbligatorio indicare la provenienza della carne bovina sull’etichetta, a seguito dello scandalo degli anni 90 della mucca pazza. Tali obblighi, però, non riguardano carne di maiale, coniglio e, appunto, cavallo. Il nostro Paese, attraverso un provvedimento nazionale che ha reso obbligatorio indicare l’origine in etichetta anche per la carne di pollo, è in largo anticipo sull’Europa che, invece, procede con estrema lentezza.

Ma a rimetterci è il made in Italy. Al di là dell’aspetto sanitario e qualitativo però, a rimetterci, come denuncia la stessa Coldiretti, è, ancora una volta, il marchio Italia nel mondo. La maggior parte dei prodotti coinvolti richiamano prodotti tipici della tradizione italiana (lasagne, cannelloni e spaghetti alla bolognese). Il fatturato del falso Made in Italy alimentare ha ormai superato i 60 miliardi di euro e le esportazioni nazionali potrebbero triplicare se si applicasse una più incisiva lotta al cibo italiano taroccato nel mondo. Potrebbe essere questa un’ottima occasione per il nostro Paese alla luce della sua alta tradizione alimentare di alta qualità, per batter di cassa in ambito comunitario su un argomento base dell’Unione Europea: la salute e la corretta alimentazione dei cittadini di tutti e 27 gli Stati membri.