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Diritto di critica | August 15, 2020

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Gli illustri esclusi, da Di Pietro a Fini, passando per i Radicali

Fini e Di Pietrodi Alessandro Conte

Su Fini e Di Pietro ha influito più la dirompenza del MoVimento 5 Stelle che ha scompaginato i due rami del Parlamento o l’incapacità di valorizzare il loro trascorso storico per affermarsi, malgrado l’istanza di rinnovamento, a Montecitorio? E quanto ha influito l’inchiesta di Report sul disfacimento dell’Idv? E sui neofiti della politica ha pesato più la poca visibilità o il poco carisma? Il voto ha rivoluzionato la geografia del Parlamento italiano, che adesso si avvia a una nuova fase storica.

Sfortuna o incapacità? Il voto che ha fatto tramontare, forse definitivamente, la Seconda Repubblica, non ha guardato in faccia nessuno. Parlamentari di lungo corso o giovani di primo pelo politico, a pagare lo scotto di una campagna elettorale urlata e virulenta sono stati coloro che non hanno saputo recitare, in alcun modo, un ruolo in grado di attrarre il consenso degli italiani. Senz’altro il peso politico e mediatico dei quattro antagonisti, Berlusconi, Bersani, Grillo e Monti, ha influenzato non poco la base elettorale italiana. Ma dove finisce il grado di interferenza dei big e iniziano i demeriti dei vari Fini, Di Pietro, Ingroia e Samorì?

La sinistra senza carisma. Attorno a loro si era organizzata la cosiddetta “società civile”, quella ascrivibile per certi versi alla sinistra antagonista, extraparlamentare e attenta ai temi dell’equità, della solidarietà e della giustizia sociale. Rivoluzione Civile ha raccolto attorno a sé lo stesso ceppo rosso escluso nel 2008, da Diliberto a Bonelli fino a Favia, escluso eccellente del MoVimento 5 Stelle. Gente navigata e senz’altro di una certa riconoscibilità presso una fetta di opinione pubblica mortificata dal rigorismo delle politiche europee e montiane. Dati alla mano, e nonostante le rosee previsioni della vigilia, Ingroia pare non aver saputo valorizzare questo tesoretto, mostrando forse poco carisma nel rompere gli schemi alla sinistra del Pd e di Sel.

Il flop di Samorì. L’avvocato modenese Gianpiero Samorì da molti definito in campagna elettorale la longa manus di Berlusconi, si faceva portavoce di quella parte del ceto medio moderato, borghese e liberale che ancora rincorreva il sogno berlusconiano del ’94. E paradossalmente, la discesa in campo del Cavaliere, ha oscurato i Moderati in Rivoluzione e la loro proposta politica inedita ma per certi versi sovrapponibile a quell’area largamente presidiata dal centro montiano e dal Pdl berlusconiano.

Gli esodati di lusso. Il voto ha fatto vittime illustri ma, una buona mano, se la son dati da soli nell’escludersi da Montecitorio. Se Casini si è salvato per un pelo, passando al Senato capolista in 5 regioni con Scelta Civica, un discorso a parte meritano Gianfranco Fini e Antonio Di Pietro. Il presidente uscente della Camera è rimasto orgogliosamente rinchiuso nel recinto del 2% di Futuro e Libertà e con lui restano al palo anche il suo luogotenente Italo Bocchino e Giulia Bongiorno. Fini sconta una deriva e una serie di contraddizioni che per tutta questa legislatura l’hanno visto allontanarsi sempre più dal sogno di costruire una destra moderna, moderata ed europeista. Discorso analogo merita Antonio Di Pietro, passando dall’essere il braccio destro del Partito Democratico con l’Italia dei Valori, a compartecipe di un soggetto politico senza guida e senza un programma ben definito.

Il crepuscolo dei radicali. Dopo anni di militanza e battaglia civica non solcheranno più il Transatlantico nemmeno i Radicali. Marco Pannella ed Emma Bonino, infatti, restano fuori dal Parlamento e la neonata lista Amnistia Giustizia e Libertà ha raccolto alla Camera un misero 0.19% pari a poco più di 64mila voti. Tramonta un pezzo di storia italiana e, con esso, forse definitivamente la Seconda Repubblica. E ora, quale futuro?

Twitter: @aleconte84