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Diritto di critica | September 25, 2020

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Morto un Chavez, se ne fa un altro - Diritto di critica

Chavez

Il padre del socialismo del 21esimo secolo è morto ieri a Caracas, stroncato dal cancro: a nulla son valse le cure a Cuba. Chavez aveva designato il successore Nicolas Maduro, vicepresidente ed ex ministro degli esteri, fedelissimo ma senza carisma personale. Già dall’annuncio del decesso, Maduro ha ripreso i toni guerreschi: “Chavez è stato attaccato, come Arafat, lo dimostreremo”. Il vero dubbio: riuscirà il Bolivarianismo a sopravvivere alla fine di Chavez?

Una morte annunciata. Chavez aveva reso pubblico il suo tumore nel 2011, e l’aggravamento negli ultimi mesi non era un mistero per nessuno. La sua convalescenza a Cuba è stata più simbolica che utile, perché non c’era altro da fare. Scarsamente credibile la versione fornita da Maduro all’annuncio della morte del Presidente: “la malattia gli è stata inoculata, come per il Presidente palestinese Arafat. Lo hanno attaccato, un team di scienziati lo confermerà”.

Addio Presidente. Chavez ha dominato la politica venezuelana per vent’anni. Da giovane ufficiale dell’esercito, tentò nel 1992 un colpo di stato contro Perez: fallì, ma la sua carriera politica era iniziata. Di fronte a repressioni violente dell’opposizione da parte del governo democratico di Perez (come il massacro di Caracazo, con 276 morti per le strade di Caracas), Chavez apparve come la risposta giusta. Eletto nel 1998 (già con il 53% dei voti), ordinò un referendum per cambiare la Costituzione, includendovi riforme pubbliche sulla scuola, la divisione delle terre, i servizi sociali, la statalizzazione di alcune industrie chiave. Per altre quattro votazioni i venezuelani hanno riconfermato fiducia a Chavez e al suo Bolivarianismo: accusato da molti di dittatura, il suo è stato un governo controverso, in cui la povertà del Paese è parzialmente diminuita, ma non sconfitta. 

Maduro dietro le quinte. Chavez ha fondato la sua rivoluzione sul carisma personale. I suoi discorsi giornalieri alla tv nazionale, in maniche di camicia, le sue apparizioni pubbliche continue erano un elemento fondante del suo governo. Apparire ed essere con il Venezuela, in una storia senza veli. Maduro è invece un uomo di secondo pianoschivo. Ha aiutato Chavez ad uscire di prigione nel 1994 e ne è stato l’eminenza grigia negli affari esteri. Sua la durissima presa di posizione contro la Colombia durante la crisi del 2010, quando Bogotà accusò Caracas di appoggio alle formazioni terroristiche Farc. Ma Maduro non è l’uomo delle folle: tenterà probabilmente di usare l’immagine di Chavez per “continuare la sua opera”, ma potrebbe non bastare.

Visti da Cuba. A Cuba è già stato annunciato il lutto nazionale per la morte del Presidente amico. I fratelli Castro hanno seguito comunque il suo esempio una settimana fa, designando il loro successore: Miguel Diaz-Canel, un altro fedelissimo di basso cabotaggio che dalla sua – più che l’iniziativa personale – ha soltanto l’età robusta (52 anni). L’orologio biologico sembra determinare le mosse dei governi autocrati del Sudamerica (guidati da ultraottantenni in divisa verde oliva):  non deve stupire, considerando l’importanza della figura personale in questi paesi. E forse qui da noi possiamo criticar poco il populismo venezuelano: da Berlusconi a Grillo, ne abbiamo da vendere anche noi.