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Diritto di critica | August 4, 2020

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Ue spaccata sull'integrazione, addio Schengen?

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Scritto per noi da Francesco Rossi

L’Europa della crisi non vuole essere unita. La famosa “libera circolazione di capitali, merci e uomini” attraverso le frontiere di 29 Paesi non piace più, a vent’anni da Schengen: la Germania e i Paesi Bassi si oppongono all’entrata – di diritto – della Romania e Bulgaria nel club, mentre Austria e Regno Unito chiudono le frontiere. Un veto che rischia di distruggere il senso dell’Unione, già messa a dura prova dall’austerity imposta da Bruxelles.

Il nodo Schengen. Fa paura l’idraulico polacco, incute timore il manovale romeno, provoca brividi l’operaio bulgaro. E a dirla tutta anche verso i lavoratori italiani, greci e spagnoli la diffidenza è in crescita. Nell’Europa della crisi il welfare state è un lusso da difendere. Almeno così la pensa il gruppo dei paesi “rigoristi”, guidato come sempre dalla Germania.

Preoccupa soprattutto lo spalancarsi delle frontiere interne verso Romania e Bulgaria, con conseguente afflusso di nuovi immigrati. Ad oggi i due paesi, membri dell’Unione, aderiscono solo formalmente all’area Schengen, che consente la libera circolazione dei cittadini all’interno del territorio comunitario. Per loro i confini sono ancora serrati: devono dimostrare il rispetto di alcuni parametri tecnici, legati alla capacità di controllare le dogane. Il problema è che, secondo la Commissione Europea e la maggioranza degli stati membri, queste condizioni sono già state soddisfatte, mentre Germania e Paesi Bassi si oppongono. E per sbloccare l’impasse serve l’unanimità.

La questione doveva essere affrontata venerdì scorso nella riunione del Consiglio Affari Interni della UE. Il Ministro degli Interni tedesco, Hans-Peter Friedrich, però, ha fatto sapere che avrebbe posto il veto ed il tema è stato sfilato dall’ordine del giorno. Se ne riparlerà (forse) entro fine 2013.

 Il turismo del welfare. Non solo Romania e Bulgaria, però, turbano i sonni dei paesi “benestanti”. Il “club dell’austerity” si sente accerchiato, teme di essere meta di un’invasione di lavoratori comunitari in cerca di impieghi migliori e di un sistema di welfare efficace. L’impatto potrebbe far vacillare la loro economia, che fino ad ora ha mostrato di reggere la crisi. Per questo Germania, Austria, Olanda e Gran Bretagna hanno annunciato che, nei prossimi giorni, spediranno alla Commissione Europea una lettere dettagliata in cui esporranno le loro preoccupazioni e le contromisure che intendono prendere. Contromisure nette: diritto di rifiutare l’assistenza sociale immediata a tutti quei cittadini comunitari che entrano nel loro territorio per la prima volta.

In questa direzione la Germania ha già fatto un passo, impedendo, ai lavoratori stranieri, l’accesso al sussidio di disoccupazione introdotto dalla riforma “Hartz IV”, se non dopo 3 mesi di permanenza sul suolo tedesco (oggi è possibile usufruirne fin dal primo giorno).

Il Regno Unito, invece, preferisce puntare sul marketing. Il governo Cameron sta lavorando già da tempo ad una campagna pubblicitaria che convinca i cittadini dell’est Europa a non emigrare oltremanica. In fondo da quelle parti piove sempre, e si mangia male.

Una sfida complicata. E’ evidente che la crescente disoccupazione ha messo l’Europa di fronte ad un bivio. Sostenere la solidarietà e l’integrazione quando il PIL non cammina è difficile. Lo è sul piano politico, oltre che su quello economico. Quando non si è in grado di garantire lavoro ai propri cittadini, come gli si può chiedere di accollarsi i problemi altrui?

Eppure la sfida è cruciale per il futuro dell’Unione, e a Bruxelles lo sanno. Se c’è qualcosa che ha tenuto in piedi l’Europa anche tra mille difficoltà è il vessillo dei suoi “principi minimi”: integrazione ed uguaglianza. Oggi la crisi colpisce duro proprio lì. Rinunciarvi, però, significherebbe incrinare definitivamente un’immagine già appannata. E forse dire addio per sempre a quel che resta del progetto comunitario.