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Diritto di critica | November 21, 2019

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"Itis Galileo", il nuovo spettacolo di Marco Paolini

“Itis Galileo”, il nuovo spettacolo di Marco Paolini

paolinidi Francesco Ruffinoni

LA RECENSIONE – A quasi quattrocento anni dalla sua morte, Galileo Galilei continua a far parlare di sé. Ciò che sorprende è vedere come la sua storia, fatta di gloria e miseria, si presti ad essere raccontata, non solo attraverso documentari o libri di scuola, ma anche tramite il teatro, forma d’arte che esprime al meglio la grandezza di un uomo mai capito, forse, fino in fondo. ITIS Galileo, però, non è una semplice messa in scena, una rivisitazione della vita galileiana, bensì un racconto, a tratti fiabesco, a tratti grottesco, sull’esistenza umana. Marco Paolini, da bravo cantastorie qual è, astrae la vita di un singolo individuo, seppur famoso, per poi mutarla in esperienza condivisa, in exemplum. Ma qui, in realtà, non c’è salvezza, né redenzione, solo, come detto, poca gloria e molta miseria. Ecco, dunque, come ITIS Galileo si trasformi in una vera e propria parabola che mette a nudo le contraddizioni insite nell’animo umano e presenti in quella giustizia civile troppo spesso ingiusta. Ci si può chiedere come Paolini sappia trasformare la vita dello scienziato in una rappresentazione teatrale. La trasformazione, l’attore lo sa, si trova, in primis, nella narrazione stessa o, per essere precisi, nel narrare. Il regista, attraverso il proprio pastiche linguistico, fatto di anglicismi, francesismi, latinismi e dialettismi, metamorfizza la storia di Galilei rendendola, non solo dirigibile al grande pubblico, ma anche simbolo, come detto, della condizione umana. L’uso plurilinguistico del linguaggio, del resto, non è unicamente funzionale all’ironia e alle risate degli spettatori. Questa precisa scelta linguistica è, innanzitutto, un modo per fissare nei cuori della platea il grande racconto galileiano, il “mito-Galileo”. Solo così, una semplice storia, che è la storia di ognuno di noi, può assurgere ad allegoria biblica, a racconto condivisibile e condiviso. Questo agire attualizza la figura del matematico italiano, rendendola contemporanea e interessante. Una figura inserita in un contesto sociale che, per molti aspetti, non sembra molto lontano da quello attuale.

Ma perché questo titolo? Perché “ITIS Galileo”? L’acronimo ITIS sta per Istituto Tecnico Industriale Statale. Infatti, lo spettacolo che Marco Paolini e Francesco Niccolini hanno dedicato alla figura di Galileo Galilei, padre del metodo scientifico moderno, è nato nelle scuole per spiegare ai più giovani come essere geniali, in circostanze difficili, possa essere un problema. Per gli altri ma, soprattutto, per se stessi. Paolini racconta un Galileo pubblico e privato, divertendosi a presentarne un ritratto a tutto tondo: uomo accorto, appassionato scienziato e ricercatore, ma anche consapevole dei limiti e dei pericoli di una società dominata dal pensiero comune, da una tradizione stantia e rarefatta. Una “mina vagante”, che seminò il panico fra i contemporanei con la potenza sovversiva delle proprie idee, esempio di “fuga dei cervelli” perché da Pisa andò a Padova, dove l’antica e prestigiosissima università gli aveva offerto una cattedra. Un uomo che non esitava, dice il regista, a «passare come un rullo compressore su tutto e tutti, parenti e amici compresi» in nome della ragione ma, allo stesso tempo, un pensatore che aprì la propria mente al dubbio e alla ricerca fino alla vecchiaia, fino alla fine. D’altro canto, quando si parla di Galileo si pensa sempre a un anziano venerando: sarà una questione iconografica ma, forse, è anche perché l’astronomo non si mise mai in pensione con la testa. Anzi, le scoperte più importanti le raggiunse dopo i sessant’anni.

Lo spettacolo di Paolini, al Piccolo Teatro Strehler dal 5 al 17 marzo 2013, diverte facendo riflettere. Svela una lezione unica nel suo genere, nella quale si racconta un Galilei non solo accademico e tecnico ma, soprattutto, entusiasta, ingegnoso, capace di unire poesia e meccanica, motivato da un forte desiderio di libertà e passione. Uno spettacolo che preferisce indagare il confine fra buon senso e superstizione, piuttosto che approfondire la dozzinale dialettica fede-ragione. Del resto, inutile sprecare parole sull’eterna diatriba fra religione e scienza quando lo stesso scienziato, con assoluta onestà intellettuale e tolleranza, disse come l’intenzione dello Spirito Santo sia d’insegnarci come si vadia al cielo, e non come vadia il cielo