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Diritto di critica | October 20, 2019

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Disperazione a mano armata

Disperazione a mano armata

SparatoreLa sequenza con cui l’uomo che ha sparato ieri davanti a Palazzo Chigi è stato bollato dai media è stata questa: prima gli hanno dato dello “squilibrato”, poi del dipendente da gioco. A smentire almeno la prima delle ipotesi quasi subito è intervenuto il fratello: “mai nessuna patologica psichica”. L’impressione però era che nessuno – a farlo è stato il magistrato che l’ha incontrato in ospedale – volesse pronunciare la parola “disperato”. “È un uomo pieno di problemi che ha perso il lavoro, aveva perso tutto, era dovuto tornare in famiglia: era disperato. In generale voleva sparare sui politici, ma visto che non li poteva raggiungere ha sparato sui carabinieri – a dirlo il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani dopo aver sentito Luigi Prieti, lo sparatore – Ha confessato tutto. Non sembra una persona squilibrata”.

LA SPARATORIA PER IMMAGINII FERITI (FOTO1FOTO2) – L’ATTENTATOREL’ARMA

La Casta arroccata e i cittadini. Banale anche sottolineare e ribadire che la violenza è sempre sbagliata e che i tanti commenti di chi incita a sparare ai politici comparsi quasi ovunque tra ieri e oggi sono idiozie che si bollano da sole come tali, eppure una notazione va fatta su un altro tipo di violenza – questa volta psicologica – che troppe volte viene sottovalutata e sottaciuta: quella della politica.

La violenza sottile. Privilegi, autoblu, vitalizi, scorte, gratuità di tutti i tipi, stipendi d’oro, se paragonati alla crisi economica che quotidianamente vivono i cittadini, gli imprenditori e i commercianti sono a tutti gli effetti un tipo diverso e più sottile di violenza che comunque corrode – per contrasto – la mente di chi ogni giorno deve sopravvivere e portare avanti le famiglie e le imprese tra mille difficoltà. E’ una violenza psicologica che lavora per contrapposizione e fa leva sulla “mancanza”, sull’angoscia, sull’ansia. I risultati sono ambivalenti: c’è chi si suicida (vedi gli imprenditori o i dipendenti, vittime dell’immobilismo della politica) o chi invece decide di impugnare una pistola e sparare. E non stiamo parlando di brigatisti o terroristi organizzati, con una loro missione tanto folle quanto inutile, un obiettivo di natura politica, un ideale da perseguire, ma di singoli cittadini che si tolgono la vita o decidono di toglierla al primo rappresentante dello Stato che si trovano davanti. Gesti sconsiderati, improvvisi, frutto di una disperazione che rompe gli argini. Ma la violenza – questa è storia – porta solo clamore, misure di controllo più stringenti, giustifica accordi e arroccamenti di necessità tra forze politiche altrimenti opposte: non risolve alcunché.

Fate presto. A fronte di un gesto sconsiderato e certamente da condannare, dunque, la politica deve interrogarsi sul suo immobilismo sul fronte delle riforme, mal bilanciato con privilegi e atteggiamenti “da Casta” che cozzano con il quotidiano dei cittadini. L’Italia è un Paese ormai allo sbando sul fronte sociale, economico ed occupazionale. E i continui rapporti degli istituti di monitoraggio non fanno che confermarlo: una disoccupazione da record che coinvolge ormai giovani e non, imprese che chiudono, famiglie in difficoltà. La politica, fino ad oggi, è stata immobile. Le riforme necessarie a cambiare il Paese sono solo parole buona per quel retoricume politico da dare in pasto alle televisioni e ai talk-show, nei fatti si è fatto poco o nulla.

Poi c’è la retorica. Dare la colpa di quanto è successo ieri a Beppe Grillo e al MoVimento Cinque Stelle non è semplicemente sbagliato: è stupido, riduttivo, troppo semplice. Se fosse solo una responsabilità da attribuire al comico genovese e al suo MoVimento, la situazione sarebbe di facile soluzione: abbassare i toni, cambiare musica. E invece no, non ci si può certo nascondere dietro un dito e dire: è colpa del comico. Lo Stato – l’abbiamo appena detto – in questa vicenda ha le sue responsabilità in termini di non-fatto, di immobilismo, di abbandono dei cittadini. Di contro è comunque giusto sottolineare che l’uso continuo e quasi quotidiano di una retorica politica violenta e urlacciata dai palchi e in televisione, di per sé strumento accreditante dell’opinione comune – (“Siete morti viventi”, “Bersani morto che parla”, al più noto “Arrendetevi, siete circondati!”) aizza proprio quella disperazione latente e serpeggiante che attende solo uno sfogatoio e una legittimazione – foss’anche retorica, perché no – per esplodere. Non tutti – banale anche doverlo dire – sono così equilibrati da saper prendere con le pinze certi strillacci contro la politica. Qualcuno – magari esasperato da difficoltà economiche quotidiane – potrebbe invece decidere di passare dalle parole ai fatti. Non è dunque colpa di Grillo, ma abbassare i toni da parte sua non guasterebbe. Lui che – sarà un caso – è stato il primo ad aver preso pubblicamente le distanze dall’accaduto.

Comments

  1. giusy

    Lira, rimembri ancora

    quel tempo della tua vita normale,

    quando serenità splendea

    negli occhi ridenti degli Italiani,

    e tu, inesauribile e sovrana, il limitare

    di povertà impedivi?

  2. sergio donato

    Perchè “sarà un caso”? Chi si schiera dietro un presunto mandante è chi sa di aver sbagliato, ma si prende le proprie responsabilità, dando la colpa a qualcun altro. Sarà un caso? No, in QUESTO caso, no.