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Diritto di critica | July 20, 2019

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Così Papa Francesco sta cambiando la Chiesa

Così Papa Francesco sta cambiando la Chiesa

papa_migrantiIl papa tra i migranti a Lampedusa. Il papa che richiama la Chiesa a una maggiore sobrietà. Il papa che ha scelto come nome Francesco: il riformismo all’insegna della sobirietà. A guardare i gesti, le parole e i segni del nuovo papa, verrebbe da dire che da troppi anni la Chiesa aspettava un pontefice così: attento, pronto e vigile. Eppure, per i più fini osservatori, risulterà evidente come quello del Vaticano sia stato un percorso che – morto Woytila – non poteva avere tempi e uomini diversi da questi.

Dopo trent’anni di scandali legati alla pedofilia e avvenuti tutti sotto il pontificato del papa polacco (con le inchieste di Ratzinger puntalmente insabbiate e i sacerdoti trasferiti e non indagati), la Chiesa – per anni curata solo nella sua immagine esterna – aveva bisogno di fare pulizia al suo interno, un compito portato avanti con silenzio e costanza proprio la Benedetto XVI – tanto forte quanto incapace di comunicare l’opera di rinnovamento e “rimozione” messa in atto nelle mura vaticane. E le pressioni sul papa tedesco sono state tali da spingerlo alle storiche dimissioni.

Francesco sembra ben consapevole del magma che si muove in Vaticano e la sua azione sta procedendo su due fronti: da una parte cura l’immagine esterna di una Chiesa ancora avvertita troppo distante dai fedeli, dalle loro difficoltà, troppo ricca rispetto ai tempi di crisi; dall’altro – forte dell’onda positiva dell’opinione pubblica e della scorta mediatica che sta accompagnando il suo operato – Francesco ha iniziato a dare i primi scossoni alle incrostazioni vaticane. E le decisioni sullo IOR, la banca Vaticana, sono un segnale forte.

Importante anche il primo viaggio che il papa ha scelto di fare: non l’incontro con un capo di Stato, non una visita “ufficiale” ma una “discesa” tra gli ultimi, a Lampedusa, la “porta d’Europa”. Per parlare e mischiarsi a quanti hanno attraversato il deserto e il mare, tra stenti e atroci difficoltà. Quei “clandestini” che una politica facilona considera un’eterna emergenza, buona per qualsiasi elezione.