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Diritto di critica | October 29, 2020

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L'ultima occasione dell'Egitto - Diritto di critica

Proteste al Cairo (Egitto)L’ANALISI – L’Egitto si avvia verso una nuova fase. Un nuovo governo di transizione incaricato di portare il paese verso nuove elezioni è recentemente stato formato; trentatré ministri con a capo Hazem el-Beblawi, noto economista nonché fondatore del Partito Socialdemocratico Egiziano. Di estremo interesse l’assegnazione del Ministero della Cultura a Inas Abdel Dayen, musicista di fama internazionale ed ex direttrice del Teatro dell’Opera del Cairo. La Dayen era stata licenziata lo scorso maggio in seguito a forti pressioni da parte dell’Islamist Shura Council, artefice di una campagna contro il balletto, considerato dagli islamisti “haram”, ovvero proibito dalla legge islamica.

Nonostante alcuni media occidentali e i sostenitori di Mursi continuino a recriminare il diritto degli islamisti a governare e si ostinino a gridare al “colpo di stato”, risulta ormai evidente come questa retorica non soltanto stia diventando obsoleta ma non rispecchi neanche la realtà dei fatti.

Basare la legittimità del governo Mursi facendo leva su una vittoria elettorale che si aggira tra il 48-52% su un 60% circa di votanti, con numerosissime irregolarità e un referendum costituzionale votato con il 64% delle preferenze da un terzo della popolazione è un’argomentazione estremamente debole, soprattutto in un Paese in piena transizione verso un sistema democratico non ancora consolidato.

Mursi ha commesso parecchi errori: persecuzione di giornalisti, media, oppositori; una pessima gestione del Paese; nonocuranza di settori chiave come il turismo e la cultura, risorse di vitale importanza per l’economia dell’Egitto ma spesso additati come “haram” da certi gruppi integralisti vicini all’entourage di governo; un’alleanza con un’ala salafita rivelatasi estremamente dannosa per lo stesso partito della Fratellanza.

C’è poi la chiusura totale di Mohamed Mursi nei confronti della popolazione scesa in piazza per chiedere le dimissioni dell’esecutivo ed elezioni anticipate, un Mursi ostinato persino in seguito alle dimissioni di massa dei propri ministri e dei portavoce di governo.

Un Mursi probabilmente mal consigliato e poco rappresentativo persino all’interno della Fratellanza, circondato da dirigenti come Khairat el-Shatter, Mohamed El Beltaghi, Mahmoud ‘Ezzat e Mohammed Badi’e, elementi di matrice ideologica “qutbiana”, i cosidetti “tayar al-Kotby”, ritenuti ala radicale dell’organizzazione e ben lontani dall’ideologia originaria dei Fratelli Musulmani predicata dal fondatore Hassan al-Banna. Un gruppo che sostiene il “jihad” contro la società egiziana nel momento in cui dovesse tendere verso un potenziale laicismo. Un esempio evidente è la dichiarazione fatta dal Murshid dei Fratelli Musulmani Mohammed Badi’e al Washington Times dove ha affermato la liceità della rottura del digiuno di Ramadan per portare avanti la jihad contro la società egiziana.

Fatto sta che è proprio la violenta reazione degli islamisti uno dei più grossi problemi che il nuovo governo si trova a dover affrontare. Assalti a veicoli che transitano nelle zone dove si trovano i sostenitori pro-Mursi, (come dimostra il filmato), un presunto ladro trascinato all’interno di un’auto da alcuni “giustizieri islamisti” che hanno poi provveduto ad amputargli un dito; un bambino interrogato in strada da sostenitori di Mursi e successivamente picchiato; questi sono soltanto alcuni degli episodi che si vanno ad aggiungere ai costanti assalti nei confronti dei sostenitori dell’opposizione e delle forze dell’ordine.

Viene quindi lecito chiedersi le ragioni di una risposta così violenta nei confronti di ciò che potrebbe essere definito come “popular impeachment” piuttosto che come “golpe”. Senza ombra di dubbio è fondamentale tener presente la mentalità all’interno del contesto sociale e politico di un Paese che viene da decenni di regime e che non può certo cambiare nell’arco di pochi mesi.

Vi è però dell’altro e la spodestata ala radicale dei Fratelli Musulmani lo sa bene: l’Egitto si trova attualmente in una gravissima situazione economica; i prezzi dei beni di prima necessità crescono vertiginosamente, la disoccupazione aumenta e anche la povertà. Se il governo non sarà in grado di risollevare nel più breve tempo possibile la situazione i “mursiani” potrebbero a quel punto strumentalizzare l’insoddisfazione popolare cercando di stravolgere la situazione a proprio vantaggio, magari affermando che se li avessero fatti lavorare avrebbero provveduto a risollevare l’economia del Paese. Ovviamente i fatti dicono ben altro e non è un caso che milioni di persone siano scese in piazza a delegittimare l’esecutivo islamista, ma si sa che quando le pance sono vuote è facile trascinare le masse.

Vi è poi un discorso prettamente elettorale; il FJP è consapevole del fatto che se tra sei mesi si andrà alle urne difficilmente riusciranno a vincere e sarà inoltre fondamentale sostituire l’ala “qutbiana” con figure moderate come Abdul Futtuh, Mohammed Habib e Kemal el-Helbawi. L’entourage di Mursi, ormai spacciato e verosimilmente emarginato da qualunque tipo di presenza nel futuro politico del paese almeno a breve termine, ha dunque tutto l’interesse ad infiammare le piazze cercando di boicottare in tutti i modi il processo di democratizzazione del paese.

 

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