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Diritto di critica | August 19, 2019

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Carcere e riabilitazione, il caso Ballarin

Elisabetta Ballarin, riabilitare si deve


ballarinSiamo un Paese condannato perché ammassa 65mila detenuti in carceri fatiscenti da 45mila posti. Siamo un Paese arrabbiato, che vorrebbe mandare in prigione tutti: i cattivi veri, quelli falsi e pure gli incerti, insieme ai brutti, agli stranieri e ai diversi. Poi fa un indulto ed escono corruttori, fraudolenti e mafiosi. Per fortuna, a volte siamo anche un Paese che rispetta la sua Costituzione, e dà ad un detenuto la possibilità di riabilitarsi. Qualunque sia il crimine che sta scontando.

La riflessione nasce da una notizia di cronaca. Elisabetta Ballarin, detenuta del carcere bresciano di Verziano, lavorerà presso il Comune di Monte Isola (Brescia) come guida turistica per i week end dell’estate, fino a settembre. Elisabetta ha 27 anni e sta scontando una pena di 22 anni per l’omicidio di Mariangela Pezzotta, nel 2004: faceva parte delle Bestie di Satana, la setta satanista che invase gli schermi televisivi alla stregua del caso di Erica e Omar.

Tre anni fa il giudice del riesame ha concesso alla Ballarin la semilibertà vigilata per poter frequentare l’Università di Brescia, dove si è laureata l’anno scorso in Didattica dell’Arte. Il lavoro presso il Comune di Monte Isola rientra nel progetto “Liberi a Monte Isola”, basato sul concetto di giustizia riparativa: consiste nell’ospitare detenuti a cui sono affidati lavori di pubblica utilità, in modo da poter fare qualcosa di concreto per la comunità.

Le critiche sono ancora latenti, ma non tarderanno a scoppiare. Condannare la “larghezza di manica” della giustizia è abitudine inveterata di certi salotti e di certi circoli di partito, specie al Nord: e lo stesso vale, purtroppo, per troppe discussioni da bar in tutta la Penisola. Eppure è giusto che Elisabetta Ballarin possa lavorare per la comunità, mentre sconta la sua pena.

L’art. 27 della Costituzione recita: “le pene detentive devono tendere alla riabilitazione del condannato”. Non è una “vacanza” regalata al condannato, ma un vantaggio per tutti noi, che qui fuori paghiamo tasse per un apparato pubblico che contempla anche le carceri. Un vantaggio di utilità concreta per la società, che non disperde le energie dei detenuti in attesa assoluta e alienante, e riesce – finalmente – a rieducare e riavvicinare alla vita comunitaria il carcerato.

Se il padre di Mariangela Pezzotta è in grado di accettare i tentativi di riabilitazione di Elisabetta (“anche lei è stata una vittima, a modo suo, ora è giusto che possa rifarsi una vita”, ha detto al Corriere della Sera di Brescia), dovremmo riuscire a farlo anche noi.

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